IA

Deepseek sul pc di un ragazzo

 

 

DeepSeek è qui. La balena azzurra, logo della nuova intelligenza artificiale cinese, ha fatto il suo tuffo di debutto e gli schizzi sono arrivati dappertutto. Annunci altisonanti hanno ingrossato l’onda dell’entusiasmo generata dalla pubblicazione di questo nuovo software, portandolo ad arrivare in pochissimo tempo al vertice delle classifiche di download. Non mancano, più o meno sommersi, tanti dubbi e domande, primo fra tutti quello sulla trasparenza delle risposte generate dall’IA. Un’esperienza diretta al riguardo l’ha avuta l’ingegnere elettronico Pieraugusto Pozzi, studioso degli aspetti politici, economici e sociali della società digitale.

 

 Pozzi, è vero che il software si rifiuta di rispondere a domande scomode per il governo cinese?

«La situazione è complessa. Io ho visto questo: ho chiesto a DeepSeek di raccontarmi dell’evento storico di piazza Tienanmen, due giorni fa. Ho avuto una risposta esauriente e imparziale, che parlava di proteste, repressioni governative, morti. Ho ripetuto la domanda ieri e l’IA si è rifiutata di rispondere invitandomi a chiedere altro. La risposta precedente tuttavia era ancora salvata nella cronologia della conversazione. Dunque l’idea che mi sono fatto è

 che l’addestramento del software sia stato fatto in totale libertà, forse anche applicando criteri diversi per lingue diverse, e che solo ora sia in corso un processo di censura delle informazioni delicate per la Cina. Forse automatico e gestito dall’IA stessa. È comunque ancora troppo presto per essere certi del processo dietro questi rifiuti di rispondere. Certo è che ci sono.»

 

Recentemente Unibo ha adottato una policy che regola l’utilizzo delle IA nella didattica per professori e studenti. Software come DeepSeek, con la loro censura, sono compatibili con l’insegnamento libero di un ateneo pubblico?

«Non ero a conoscenza della policy e la trovo molto positiva. Inutile vietare, bene regolare. Venendo alla domanda, non ritengo utile creare una lista nera che metta al bando certe IA e non altre. Per quanto i sospetti possano essere forti servono verifiche puntuali. L’unico criterio a priori che trovo sensato è usare IA che dichiarano in modo trasparente le loro fonti. Purtroppo molto poche e nessuna delle più grandi.»

 

Ha sottolineato l’importanza del regolare, non solo per DeepSeek ma in generale.

«È fondamentale. Strumenti come le IA, ma come i social network e gli smartphone prima di loro, sono potentissimi. Compaiono e si diffondono in breve tempo senza negoziazione di corpo sociale. E cambiano come viviamo, le nostre società. Se ne parla troppo poco rispetto agli eventi che innescano, dal più piccolo rapporto come quello di uno studente con la scuola alle più grandi relazioni fra nazioni.»

 

A tal proposito, lei ha scritto in passato di “geopolitica digitale”. DeepSeek rientra in questo schema di relazioni internazionali fra Stati Uniti e Cina?

«Sì, ci avviciniamo a uno scontro di modelli economici fra i due colossi del digitale globale. Da un lato il Big Tech americano delle enormi aziende private. Dall’altro il Big State cinese del dirigismo economico, che almeno dal 2015 investe enormemente in innovazione tecnologica. La vicinanza delle grandi industrie tech statunitensi al nuovo presidente Trump e le dichiarazioni di un enorme investitore come Marc Andreessen, che ha parlato di momento Sputnik, suggeriscono che la competizione in ambito IA è appena cominciata.»

 

E l’Europa che ruolo gioca?

«L’Europa è il terzo Big, il Big Rule, una serie di regolamenti e limitazioni che a parere di molti impediscono a questo settore di decollare. Si teorizza un progetto di sforzo comune in stile Cern, ma per ora sono solo parole.»

 

Parlavamo di momento Sputnik, una presa di coscienza di non avere il primato che favorisce una corsa al progresso tecnologico, come accadde nella corsa allo spazio. Il divario però sembra enorme al momento.

«Vero. Dalle dichiarazioni di DeepSeek sembra che per programmarlo sia servito un ventesimo del budget dei principali omologhi occidentali. Dati ovviamente da verificare e che comunque non tengono conto del capitale umano impiegato. La Cina ha una forza lavoro enorme e non sappiamo quante persone abbiamo effettivamente lavorato su DeepSeek.

 

 

Paolo Pozzi

 

Paolo Pozzi