integrazione

Fa freddo, i fari led illuminano l’erba sintetica, una ventina di ragazzi corrono in cerchio. Indossano maglie da calcio rosse, nere, arancioni, verdi, turchesi, bianche. Qualcuno inciampa, cade e poi si rialza ridendo. Il livello è alto, non si risparmiano giocate fantasiose e colpi di tacco. «Mbappé, Mbappé», così chiamano un ragazzo con la divisa cerulea. Poi c’è John, ventinove anni, in Italia da sei mesi: «In Angola giocavo spesso a pallone, sia con i miei amici, sia con i miei fratelli. La mia è una famiglia molto numerosa, siamo in dieci figli e io sono l’ultimo. E ora che vivo a Bologna, i miei compagni di squadra sono diventati la mia famiglia».

È una delle storie di chi, ogni mercoledì sera, si ritrova al centro sportivo Bonori, in via Romita, alla periferia nord della città. Qui la struttura ospita, da qualche settimana, gli allenamenti della squadra di calcio composta da ragazzi migranti. Molti di loro provengono dal Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di via Mattei e frequentano con regolarità le lezioni di italiano alla scuola Penny Wirton di Bologna. Tutto è cominciato lo scorso luglio, quando, in occasione dei Giochi antirazzisti, furono due i team di giocatori formati da giovani migranti a gareggiare proprio al centro Bonori. Uno di questi, il “We Are the World”, si classificò secondo, in un torneo che coinvolgeva partecipanti da tutta Europa. Da qui, a inizio novembre è germogliata l’idea di dare vita al progetto calcistico. Un’iniziativa supportata dalla scuola Penny Wirton, che offre lezioni di italiano gratuite sul pavimento di vetro della biblioteca Salaborsa, e dall’associazione Famiglie Accoglienti, un gruppo di volontari che ospita in famiglia giovani di altre nazionalità, seguendoli passo per passo nel loro percorso di integrazione. Fondamentale è stato poi l’intervento del Bologna Rugby Club, gestore e anima del centro sportivo Bonori, che ha messo a disposizione del team le strutture in cui allenarsi. «In campo loro usano la palla ovale, noi, invece, giochiamo con quella tonda - scherza a bordo campo Vittorio Lussu, insegnante volontario della scuola - tuttavia, il loro sostegno all’iniziativa è stato provvidenziale».

Sempre al centro sportivo di via Romita lavora Daniele Pietro Bianco, vice presidente di Ali Rosanero, un’associazione che riunisce tifosi del Palermo con sede proprio al Bonori, e allenatore della neonata squadra. «Purtroppo questi ragazzi vivono in una sorta di limbo, quello dei Centri di accoglienza, che non rappresentano per loro delle soluzioni definitive - dice Pietro Bianco - hanno bisogno di riscatto sociale, di essere integrati e guidati», all’interno di una società complessa come quella italiana. E lo sport si presta come uno strumento di inclusione senza dubbio efficace. «Appena ci siamo incontrati ho visto nei loro occhi il desiderio di sfruttare questa occasione per “sentirsi italiani” e sono stato ancor più felice di aver accettato questo compito», conclude l’allenatore. Ritorniamo sul campo. I giovani giocatori si dividono in due gruppi e, dopo alcuni timidi passaggi, ha presto inizio una partita. Improvvisamente si leva un grido di incitamento: «Forza Milan!». Questo è Honoré, ventisette anni, che a fine allenamento si ferma a bordo campo. Indossa la maglietta di Tonali con il numero 8, quando ancora giocava con i rossoneri. Giunto in Italia sette anni fa dalla Guinea, ora Honoré frequenta il corso di Economia e Marketing nel sistema agrario-industriale all’Università di Bologna e nei weekend lavora in un ristorante di via Santo Stefano. «Ricordo che quando vivevo al Cas andavo con altri ragazzi a giocare a calcio in un parco lì vicino - racconta il ragazzo - eravamo appena arrivati in un Paese nuovo, circondati da persone sconosciute che si esprimevano in una lingua che non capivamo. Sul campo, invece, parliamo tutti un’unica lingua, quella del pallone».

Lo stesso pensiero è espresso dall’assessora allo Sport Roberta Li Calzi, un passato da calciatrice, in visita al centro sportivo: «La prima lingua che parlano questi giovani è quella del movimento del corpo, dello sport e del divertimento - dice Li Calzi - per questo è importante è dare loro spazio e opportunità nei nostri impianti comunali». È un’atmosfera di coesione quella che si respira qui, al Bonori. «Per me giocare a calcio significa creare relazioni, entrare in simbiosi non solo con la palla, ma anche con gli altri giocatori», spiega John, appena uscito dal getto caldo della doccia degli spogliatoi. Ed è anche grazie a questo gioco che «mi sento più integrato, più parte di questo Paese che mi ha accolto». Conferma coach Pietro Bianco: «È passato solo un mese dall’inizio degli allenamenti e vedo già i ragazzi in totale sintonia tra di loro». «C’è anche qualcuno che è veramente bravo», aggiunge, con un sorriso. Al momento sono in corso le procedure per iscrivere i giovani calciatori al Bologna Rugby Club; le tessere, infatti, arriveranno a giorni. Rimane, invece, indefinito il nome della squadra. «Wirton Family» propongono dalle associazioni; «Afro Bologna» rilancia uno dei ragazzi, ma la partita resta aperta. Programmi per il futuro? «Sicuramente intensificare l’attività, fissando almeno due allenamenti a settimana - spiega l’allenatore - ci piacerebbe anche organizzare un torneo qui al Centro sportivo per far divertire i ragazzi e per animare il quartiere».

 

La squadra al centro Bonori. Foto fornita dal tecnico Pietro Bianco