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Una manifestazione per Péter Magyar a Budapest (foto Ansa)
Budapest è al bivio. Domenica gli ungheresi sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo governo. Un momento cruciale perché in ballo non c’è solo il rinnovamento dell’Assemblea Nazionale, ma anche ricadute determinanti sul piano geopolitico internazionale. Da sedici anni il paese è in mano a Viktor Orbàn, primo ministro di estrema destra. da anni spina nel fianco interna all'Unione Europea, amico di Vladimir Putin e di Donald Trump che mercoledì ha inviato a Budapest il suo vice JD Vance ad un comizio a sostegno del leader ungherese. Dall’altra parte, a sfidarlo è Péter Magyar, avvocato quarantacinquenne proveniente dalle stesse fila del partito di Orbàn, Fidesz. Dal 2024 si è unito a “Tisza”, il “Partito del rispetto e della libertà”, che lo elegge presidente. Il giovane avversario si differenzia dal presidente per la linea più moderata, liberale e filo-europeista. Sarà uno scontro destra contro destra, dove molti partiti minori di centro-sinistra hanno chiesto ai loro sostenitori di votare per Magyar, convinti dell’urgenza di un cambio di governo, per tutelare le sorti democratiche del paese.
Non saranno elezioni alla pari visto che negli ultimi dieci anni molti istituti di ricerca e osservatori internazionali hanno descritto un Paese in cui lo stato di diritto è stato cancellato e i contrappesi democratici all’esecutivo, come i media e il potere giudiziario, silenziati. Tornato al potere, nel 2011 Orbàn ha approvato la "Legge Fondamentale" senza referendum, al fine di centralizzare il potere giudiziario tramite l'Ufficio Nazionale della Magistratura (Obh). Un sistema dove l’amministrazione dei tribunali e le carriere dei giudici vengono controllate da una presidenza politicizzata.
In seconda battuta, ha edificato il Ner, il “Sistema di cooperazione nazionale”, grazie al quale le ricchezze sono state concentrate progressivamente nelle mani della stretta cerchia vicina a Orbàn. Basti pensare che Fidesz, ha cambiato la Costituzione quindici volte. Tanto che, secondo le ultime rilevazioni del rapporto Liberties 2026, l’Ungheria è ultima fra i ventisette stati europei per Stato di diritto. Freedom House, organizzazione non governativa, lo classifica come unico paese membro “parzialmente libero”, mentre il centro studi “Politeia”, formato da un pool di esperti in economia e scienze politiche, parla di “turchizzazione”, paragonando il paese magiaro al modello turco. Con una differenza: il cambio, dopo anni di democrazia post-comunista, non è avvenuto con colpi di stato, bensì con lentezza, attraverso riforme che, una dopo l’altra, hanno cambiato il volto del paese. È la stessa dinamica che ha silenziato i media contrari alla propaganda di governo. Internet è formalmente accessibile per il popolo ungherese, ma invaso da campagne di disinformazione. Il controllo sui sistemi di telecomunicazione è ormai capillare e le testate indipendenti sono state acquistate da oligarchi vicini a Orbàn. Un’assenza di pluralismo che viola il Media Freedom Act, provvedimento europeo in vigore dal 2025 a tutela della libertà dei media, che ha spinto la Commissione europea ad aprire una procedura d’infrazione contro l’Ungheria.
Quella che si disputerà domenica sarà una competizione regolata dalle riforme elettorali varate negli ultimi anni, con un vantaggio significativo a favore di chi detiene già il potere. L’impostazione è un ibrido che applica elementi proporzionali e maggioritari, con lo scopo di dare maggior peso al voto delle aree rurali, storicamente a favore di Orban, e dall'altra parte sottorappresentare quello delle aree urbane, spesso a favore di proposte politiche più moderate e progressiste.
Quel che è certo è che il popolo ungherese voterà portandosi dietro il peso di anni di contrazione economica. Tra inflazione, riduzione del potere d’acquisto e crescita al palo, il benessere degli ungheresi è in calo. Le analisi di “Le Monde” attestano al 0,2 per cento la crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025, mentre continua il braccio di ferro tra Orbàn e Unione Europea per l'assegnazione dei fondi comunitari. Dal 2022 l’Ue ha bloccato venti miliardi di euro per la violazione di diritti della comunità Lgbtqi+ e del diritto d’asilo. Da aggiungersi alla perdita di un milione di euro al giorno per le sanzioni della Corte di Giustizia Ue, in risposta alla mancata riforma del sistema di asilo politico.
Una partita, insomma, molto difficile per l'opposizione, nonostante alcuni sondaggi la diano in testa. Una partita dalla quale forse dipenderà anche il futuro dell'Europa.