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Bombe israeliane su Teheran (foto Ansa) 

 

«Non basta decapitare un sistema di potere per realizzare il regime change», il cambio di regime. Adesso che le bombe piovono sull’Iran e che Ali Khamenei, guida suprema del paese da più di 30 anni, è stato ucciso dal raid delle forze americane e israeliane, per la Repubblica Islamica si apre una fase di grande incertezza. Secondo Paolo Soave, professore di Storia delle relazioni internazionali dell’Università di Bologna, l’esultanza della popolazione iraniana per la morte dell’Ayatollah mette a nudo l’insofferenza di un popolo oppresso da più di tre decenni. Ma anche, paradossalmente, il radicamento stesso del regime all’interno della società civile. «Certamente c'è una grande fetta degli iraniani, soprattutto la più giovane, che è disposta a esprimere consenso all'amministrazione Trump. È però un effetto momentaneo, perché ora c'è un intero sistema da disarticolare. Renderlo inefficace e metterlo in condizioni di non poter più esercitare il controllo sul paese». Come questo possa avvenire, nessuno può saperlo. «Men che meno gli americani. Trump in una delle sue ultime dichiarazioni – spiega Soave – ha detto che si potrebbe ipotizzare una presenza militare in Iran, ma credo che se andasse avanti su questo fronte subirebbe un danno pesantissimo, a partire dalle elezioni di medio termine». 

L’Iran è un paese chiave dell’equilibrio mediorientale, estremamente complesso, molto popolato e ricco di risorse. Gli analisti, spiega Soave, hanno molta difficoltà oggi a mettere a fuoco la strategia Usa perché «il fronte americano è sfilacciato e all'interno dell'amministrazione ci sono delle voci discordanti. Il timore – continua – è che si ripeta un'operazione assolutamente errata come fu quella che colpì all'inizio degli anni 2000 l'Iraq, finito con l'uccisione di Saddam Hussein, e che produsse soltanto instabilità regionale». Non si capisce, insomma, quanto sia fondato l'obiettivo di attuazione del cambio di regime: è tutto da vedere «se a Trump non interessi solamente un Iran depotenziato, ma un Iran che potrebbe cadere nell'anarchia. Questo sarebbe motivo di grandissima preoccupazione per tutti noi, l'Italia compresa che è prossima allo scenario mediorientale». 

Il fatto che il Governo Meloni non sia stato preventivamente consultato sull’attacco americano, per il professore, è quasi un bene: «Non siamo stati consultati, quindi in qualche modo non siamo direttamente responsabili dell'attacco, anche se questo ha suscitato una serie di polemiche che sono state strumentalizzate. Viste le modalità con cui si muove l'amministrazione Trump, è difficile che egli tenga in considerazione gli alleati». Se la vicenda del ministro Crosetto «è sicuramente da approfondire», l’auspicio di Soave è che l’Italia si adoperi con gli strumenti diplomatici per cercare di circoscrivere la gravità della situazione «Non dimentichiamo che abbiamo una lunga tradizione di rapporti con l'Iran – ricorda il professore – che siamo sempre riusciti a preservare. Dopo l'uso della forza, inevitabilmente, ci sarà da pensare a ricucire questi rapporti. C’è chi distrugge, ma per fortuna c'è anche chi prova a costruire».  

Per quanto riguarda il possibile allargamento del conflitto, cioè le risposte del regime iraniano all’operazione "Epic fury", il professore non si sbilancia. «È arrivato un drone nella base britannica a Cipro, un altro ha raggiunto l'ambasciata americana a Riad, ma non mi aspetto grandi cose. Dovremmo semmai prendere in considerazione lo sciame terroristico, cioè quelle azioni frutto anche della frustrazione che possono manifestarsi in attentati, iniziative di gruppi periferici o azioni individuali. Questo – secondo Soave – dovrebbe far alzare la soglia dell'attenzione in tutti i Paesi». Sicuramente, conclude il professore, non è credibile la prospettiva di un intervento via terra, perché trasformerebbe un'operazione che gode ancora di un certo consenso in «un'operazione di occupazione che rilancerebbe tutte le argomentazioni antioccidentali della propaganda della Repubblica Islamica. Dobbiamo sperare che maturino le condizioni per un intervento delle Nazioni Unite, legittimo sul piano del diritto internazionale».