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Le foto dell'ayatollah Khamenei, ucciso da raid di Israele e Usa il 28 febbraio, continuano a sovrastare le strade di Teheran (foto Ansa) 

 

«Sono venuto in Italia con l’idea di lasciare per sempre l’Iran. Ma adesso che stanno distruggendo il regime non vedo l’ora di tornare». Prima di trasferirsi a Bologna per studiare ingegneria ambientale, Samyar lavorava per nel settore energetico nel sud dell’Iran, non lontano dal confine con l’Iraq. Con sua moglie ha partecipato attivamente al movimento “Donna vita libertà”, nato nel 2022 in seguito all’uccisione di Masha Amini da parte dalle guardie della rivoluzione per aver indossato male il velo. «In quei giorni era pericoloso scendere in piazza – spiega – ma eravamo molto arrabbiati e speravamo che le cose potessero cambiare. Quando ho visto che non si muoveva nulla, ho capito che dovevamo andarcene». Da un anno è studente dell’Alma Mater di giorno, rider per un’azienda di food delivery la sera. Ha seguito da lontano la Guerra dei sei giorni dello scorso giugno e le grandi manifestazioni di gennaio, con apprensione per la famiglia e per sua moglie, rimasti in Iran. Da quando il conflitto si è riacceso in Medio Oriente, i continui blackout di Internet rendono più difficile capire com'è la situazione a casa. «Mia moglie non la sento da tre giorni – racconta Samyar – l’ultima volta cha abbiamo parlato su Telegram erano le tre del mattino qui in Italia, le cinque e mezza là. Stavamo parlando dei festeggiamenti per la morte di Khamenei, mi ha scritto che era stanca, ma aveva paura di dormire. L’ultimo messaggio non le è nemmeno arrivato». 

Nelle città iraniane, racconta Samyar, le onde sonore hanno infranto i vetri delle finestre delle case ma, anche se è pericoloso, la gente continua a salire sui tetti per riprendere le bombe: «I media iraniani sono tutti controllati dal regime, ci raccontano che Israele sta bombardando i civili, ma non dicono che i nostri politici si incontrano nelle scuole di proposito. Usano i civili come scudo». La maggior parte degli iraniani, è convinto Samyar, è felice che Trump stia facendo piazza pulita. «Io ho 36 anni – aggiunge – sono nato undici anni dopo la rivoluzione di Khomeini. Sin da bambino sono stato indottrinato a odiare l’America, a scuola ci facevano dire tutti insieme: “Morte agli Usa”. Quando sono cresciuto ho capito che invece di andare avanti stavamo andando indietro». Per questo, secondo Samyar, l’intervento esterno è un bene e la maggior parte della popolazione l’ha accolto con gioia. Adesso, quello di cui ha paura «è che dopo le bombe gli aiuti smettano di arrivare. La guerra non piace a nessuno, ma gli iraniani non temono per la loro vita a causa di Israele: è il regime che temono, che ha ucciso 32.000 cittadini e superato così una linea rossa causando quello che sta accadendo». 

Tutte le sue speranze, Samyar le ha riposte nel figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, che dall’esilio si è proposto come figura mediatrice per la transizione politica. «È l’unica opposizione possibile e se potrò scegliere – sostiene con convinzione – voterò per la monarchia. Quando si parla di destra e sinistra in Iran, bisogna capire che sono categorie che in questo momento non esistono. Sono tutti ingranaggi dello stesso modello autoritario che uccide le persone in molti modi, non solo con le pistole. Siamo soffocati dalle sanzioni e la Cina se ne approfitta per comprarci il petrolio a prezzi stracciati. Siamo tra i maggiori produttori di gas al mondo, ma la gente non ne ha accesso, in tante regioni non c’è nemmeno l’acqua potabile. Poi i nostri soldi vanno a finire nelle tasche degli alleati regionali». Adesso che si è aperto uno spiraglio, per quanto piccolo, conclude, è fondamentale non farselo sfuggire. «Il popolo iraniano sta riacquisendo la sua forza e qualsiasi aiuto contro un regime ossessivo che da più di trent’anni reprime la gente e devasta il suo territorio, è ben accetto. Da qualsiasi parte esso arrivi».