Il Quindici

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(Foto di Alberto Biondi)

 

È fissata il 14 febbraio 2027 l'inaugurazione del teatro di largo Respighi, dopo i lunghi lavori di restauro e il trasferimento degli spettacoli nel padiglione fieristico "Nouveau". Lo annuncia la sovrintendente entrata in carica lo scorso aprile al posto di Fulvio Macciardi. Nata a Monza e cresciuta attraverso numerose esperienze internazionali, ha diretto per lungo tempo il Coliseo di Buenos Aires. «Mi ha chiamata il sindaco Lepore, se sarò all'altezza del compito lo dirà il tempo». Il suo primo incarico sarà portare in ordine i conti dopo il buco in bilancio. «Intanto abbiamo raccolto da privati un milione per la ristrutturazione e il miglioramento dell'edificio». «Dobbiamo ancora scegliere il direttore musicale»

 

Sovrintendente Riva, il teatro Comunale riaprirà in largo Respighi nel 2027, dopo una lunga permanenza in zona Fiera nel padiglione "Nouveau". Cosa ci dobbiamo aspettare? “L'inaugurazione è fissata il 14 febbraio del prossimo anno. Il pubblico troverà l’edificio storico rinnovato e restaurato, soprattutto dalla parte di via del Guasto, dove nasceranno un nuovo accesso, una nuova biglietteria, un bookshop e un bistrot aperto tutto il giorno. Abbiamo fatto molti lavori ma al momento della riapertura non tutti saranno visibili e questa è la frustrazione quando si opera su edifici così grandi e così antichi. Stiamo portando avanti un restauro estetico delle decorazioni nonché il cambio del graticcio e del sistema di tiraggio che diventerà automatizzato e motorizzato. In parallelo ci stiamo occupando del restauro della torre scenica, elemento fondamentale nel teatro. Questa parte sarà pronta in una seconda fase».

 

Cosa succederà alla prossima inaugurazione?

«Durante la serata ci saranno eventi in piazza Verdi. Dobbiamo ancora decidere i dettagli, ma sicuramente si partirà da fuori coinvolgendo la piazza e poi si entrerà a teatro. Abbiamo tante idee. Sul podio salirà un grande direttore d'orchestra italiano». Viveva e lavorava a Buenos Aires, dove era direttrice del teatro Coliseo. Com'è maturato l'incarico di sovrintendente al Comunale? «Il sindaco Matteo Lepore si è recato a Buenos Aires per lavoro, la prima volta nel 2022, poi nel 2023 e nel 2025. In quelle occasioni, visto che io ero appunto la direttrice del Coliseo, è venuto a farmi visita e ha apprezzato la gestione del teatro. È rimasto colpito da come siamo riusciti a riportare in auge quel luogo dopo il momento di forte crisi in cui l’avevo trovato. Per questo mi ha chiesto di aiutarlo con il Comunale. Se sarò all’altezza, ce lo dirà il tempo».

 

Qual è il suo rapporto con l’amministrazione, visto che il sindaco è anche il presidente del Comunale?

«Abbiamo gli stessi obiettivi e le stesse difficoltà. L’amministrazione ha tutto l’interesse e tutta l’intenzione di appoggiarci e di aiutare la nostra istituzione per rafforzarla e riportarla a essere il centro della città, sia metaforicamente che fisicamente. Con il restauro dobbiamo rispondere a tutta la città e a una serie di contesti non solo culturali. È un lavoro dinamico, costante, fluido».

 

Com'era arrivata al Coliseo a Buenos Aires?

«Quel palcoscenico è una realtà straordinaria, l’unico teatro al mondo di proprietà italiana fuori dai confini nazionali. Io ci sono arrivata come operatrice indipendente. Andavo negli istituti di cultura e proponevo progetti per rilanciare la cultura italiana, con corsi di teatro in italiano e altre iniziative per le quali vari soggetti hanno cominciato a contattarmi. Poi mi hanno proposto di far parte del consiglio direttivo della Fondazione, che è l’ente che gestisce il teatro. Ho provato un senso di vertigine passando dalle realtà in cui lavoravo prima a un contesto del genere. È stata un’opportunità per imparare tanto».

 

Ci racconta le sue esperienze precedenti?

«Più che altro ho lavorato in contesti indipendenti, in Italia come a Londra dove inizialmente mi ero trasferita. Cercavo, anche come attrice, di fare teatro con gruppi di amici. In Italia avevo creato una mia compagnia che per sopravvivere insegnava l’inglese attraverso la scena: grazie a questi introiti potevamo dedicarci alle nostre sperimentazioni. Ho seguito lo stesso criterio quando mi sono trasferita in Argentina dove l’italiano è una delle lingue più amate e studiate. L’energia e la voglia di fare che mi portavo dal teatro indipendente mi hanno aiutata anche nella direzione del Coliseo. Mi dicevano che era impossibile riportarlo ai suoi fasti ma quel luogo rischiava di rimanere irrilevante perché le logiche applicate non erano sufficientemente innovative. È stato un lavoro di squadra con le istituzioni italiane a riportare quel centro culturale all'avanguardia e all'attenzione generale».

 

E il suo primo ricordo legato al teatro?

«È stato amore a prima vista. Ricordo ancora quando mio padre mi portò all’Arena di Verona a vedere La Bohéme. È ancora la mia opera preferita, ci sono legata profondamente. Sono queste le cose che ti rimangono impresse, tatuate sulla pelle e nel sistema emotivo».

 

Cosa ama e cosa detesta di Bologna?

 

«Non detesto nulla. È una città bellissima, un gioiello. Rappresenta tutto ciò che mi mancava dell’Italia quando stavo in Argentina. Ogni scorcio è pittoresco e quasi da cartolina, amo la dimensione compatta e raccolta. Anche il fatto che sia una città universitaria è stimolante. Certo, i problemi sono la crisi abitativa e la convivenza tra diversi tipi di popolazione. Questa è la sfida in cui noi, come istituzione, dobbiamo inserirci, tenendo in considerazione il fatto che il tempo passa e le cose cambiano. Questa non è la Bologna degli anni ’80 e ’90».

 

Ha percepito una situazione di degrado?

«Non ho termini di paragone perché non ho mai vissuto a Bologna prima. Sicuramente ci sono isole critiche come piazza Verdi e questo è uno dei temi che stiamo affrontando con l’amministrazione comunale. Ammetto che, arrivando dal Sud America, vedo qui un degrado relativo. Anche a Buenos Aires ci sono diverse zone difficili ma lì la povertà ha un impatto e una dimensione preponderante. Però sì, questo è un tema di discussione».

 

Tornando al Comunale, è vero che c’è un buco di due milioni di euro in bilancio?

«Il tema della sostenibilità è difficilissimo per le istituzioni che si dedicano alla cultura e alla promozione culturale. Le fondazioni liriche soffrono in modo particolare, anche se riescono a sopravvivere grazie alle sovvenzioni pubbliche, pur essendo i costi di gestione altissimi. I dati sono pubblici e dicono che nel 2024 mancavano in bilancio un milione e seicentomila euro. Abbiamo cercato di recuperare questa perdita nel 2025. I conti non sono ancora chiusi ma credo che abbiamo fatto un buon lavoro. I due milioni di cui hanno parlato i giornali si riferiscono a una ricerca di fondi extra che abbiamo promosso fra i privati per completare i lavori di restauro. Non siamo arrivati a due milioni ma è andata bene, abbiamo quasi raggiunto il milione».

 

Suo marito è argentino e vostro figlio è nato a Buenos Aires. Com’è stato per loro trasferirsi a Bologna?

«Mio figlio ha quasi quattordici anni e si sente ancora argentino. In questo momento è a Buenos Aires in vacanza. Il trasferimento è stato molto difficile, per lui ma anche per me. Ho compreso cosa significa il termine spagnolo desarraigo, “sradicamento”. Ne avevo sentito parlare per vent’anni in Argentina perché è quello che era successo agli italiani che si erano trasferiti. Pensavo di essere libera e senza radici e invece lo sradicamento ha colpito anche me. Mi sono resa conto che radici, anche profondissime, in realtà le avevo piantate proprio in Argentina. E se è stata dura per me, lo è stata ancora di più per mio marito e per mio figlio. Anche lui è uno spirito libero e ha accettato con molto entusiasmo il trasferimento. Ma tutto è complicato: ha dovuto rinunciare per un periodo alla sua professione per accompagnarmi e per dedicarsi a nostro figlio».

 

Quanto è stata ed è importante per lei la famiglia?

«Devo dire che è grazie al contesto dal quale vengo che mi è stato possibile accedere a questa posizione. Sono cresciuta in una famiglia in cui c’era parità di genere, che mi ha appoggiato e non mi ha limitato nelle scelte. In questo anche mio marito è stato una figura positiva: è un uomo che ha accettato di seguire la mia carriera. Un tempo sarebbe stato impossibile. So che non sempre va così e che il tema delle pari opportunità è fondamentale. Bisogna lavorare moltissimo e capire perché non tutte hanno queste chances e perché le donne a volte faticano anche solo a immaginarsi come direttrici o in altri ruoli apicali».

 

È la seconda donna alla guida del Comunale dopo la sovrintendente Felicia Bottino. Si può parlare di parità di genere nel mondo del teatro?

«Non ho ancora un quadro completo della situazione italiana. Proprio ieri mi sono impegnata con altre persone per cercare di portare avanti un osservatorio al fine di ottenere dati concreti. Certo, è importante cercare di capire qual è la situazione delle donne nell'ambito del teatro. Credo che lo stato delle cose del mondo ispano-latino sia molto simile a quello italiano. Ci sono molte donne con ruoli diversi, ma pochi di rilievo. È un tema che riguarda svariati ambiti».

 

Qual è la sua posizione sul caso Venezi? Pensa sia all’altezza del ruolo di direttrice musicale della Fenice di Venezia o hanno pesato gli appoggi politici?

«Su questo tema preferirei non esprimere un giudizio. Non voglio sindacare sulle scelte di un collega sovrintendente che ha sicuramente molta più esperienza di me. È un argomento molto delicato e ho fiducia nelle istituzioni e nell’orchestra, che troveranno la soluzione migliore».

 

La direttrice musicale Oksana Lyniv ha lasciato il Comunale nel 2024 e il suo ruolo è ancora vacante.

Chi prenderà il suo posto e quando? «Oksana ha fatto un lavoro meraviglioso con il nostro teatro e credo sia stata una figura molto importante per l’istituzione e per la città, non solo dal punto di vista musicale. Con il maestro Pierangelo Conti, il direttore artistico, ci siamo presi del tempo per decidere insieme al meglio. Lui in particolare ha bisogno di capire cosa serve all’orchestra, di che figura i musicisti hanno bisogno. Ascoltando le loro esigenze e i loro suggerimenti troveremo la persona giusta».

 

Il governo sta elaborando un nuovo codice dello spettacolo che prevede la creazione di due figure obbligatorie, il direttore artistico e il direttore marketing. Nel caso del sovrintendente Macciardi le figure erano unite, cosa ne pensa?

«Ci sono vari sovrintendenti che hanno scelto e continuano a scegliere di avere la delega sulla direzione artistica. Si tratta di una decisione che possiede dei pro e dei contro ma per me è fondamentale avere un direttore artistico. Io voglio solo occuparmi della gestione generale e del management, facendo attenzione alla parte economica, finanziaria e organizzativa del lavoro. È importante operare bene insieme, essere complementari e condividere gli obiettivi per avere successo. La figura del direttore marketing è fondamentale per riuscire a comunicare ed essere rilevanti in un mondo che lo richiede e che va sempre più veloce».

 

Il marketing quindi ha un'importanza fondamentale per l'organizzazione e la logistica in un teatro?

«Bisogna sapersi vendere, che non vuol dire svendersi o vendere l’anima al diavolo. Senza marketing, si rischia di fare cose bellissime e importantissime e poi di rimanere irrilevanti per la società. La vera difficoltà è trovare le persone giuste, in grado di promuovere la cultura rispettando l’animo di una fondazione lirico-sinfonica».

 

Quanto pesa in questo mondo il divismo?

«È un aspetto comune ai teatri d'opera di tutto il mondo. Il teatro lirico è una forma d’arte veramente molto particolare, legata a periodi storici precisi e a modalità assai poco contemporanee. Ci sono artisti particolari e per certi versi straordinari. Per loro esiste un modo di vivere legato alla forma d’arte che rappresentano. Tutto questo è molto affascinante perché con un clic possono trasformarsi rispetto alla forma che assumono in scena e tornare alla quotidianità».

 

Un problema annoso. Come si possono avvicinare i giovani al teatro lirico?

«Non ho la risposta in tasca, ma è un tema che mi occupa e mi preoccupa. Si sono fatti tentativi ma l'opera è molto più difficile della prosa, che riesce a rimpire le sale di ragazzi. È un problema di educazione a un genere o, piuttosto, è quel genere a non attirare le nuove generazioni? Alcuni dicono che si dovrebbe lavorare sulla durata degli spettacoli e fare opere ridotte per i più giovani, ma i tradizionalisti sgranano gli occhi. Si tratta di compiere scelte giuste, di trovare registi in grado di creare empatia con un pubblico giovane. Il problema non è nemmeno il costo del biglietto. Qualcuno magari viene perché il prezzo è 10 euro ma poi non viene più. Bisogna fidelizzare».

 

La lirica si concilia con un'idea di teatro “polveroso” . Come si può sconfiggere questa convinzione?

«Intanto è necessario permettere, con una giusta politica di prezzo, ai ragazzi di accedere alla programmazione ma non basta. Il teatro deve essere inteso come luogo d’incontro. In origine nei palchi si faceva di tutto: ci si incontrava, si ballava, si giocava a scacchi e si mangiava. Dobbiamo tornare a quello, riprendere una dimensione più popolare e accessibile. Servono anche idee nuove. Per esempio, quest’anno proporremo “Opera Guccini”, ovvero i temi del cantautore riadattati per orchestra e voci liriche al teatro Duse. Bisogna poi cercare libretti e partiture contemporanee. Avremo in cartellone uno spettacolo attuale intitolato “Olympia” che racconta una storia d’amore ai tempi dell’Intelligenza artificiale e della robotica».

 

Perché non sono replicabili altrove eventi popolari come i festival dell’Arena di Verona?

«Quella è la dimensione del festival, che genera un certo tipo di frequentazione. Non si tratta, dunque, solo del luogo ma del contesto. Noi a esempio prendiamo parte al Festival Verdi che, al di là del bellissimo Teatro Regio che lo ospita, rappresenta davvero la forza di Parma. È una cosa che a noi un po’ manca. Anche per questo rafforziamo le collaborazioni cittadine con realtà importanti come Bologna Festival e Musica Insieme. Con quest'ultima associazione vogliamo approfondire la collaborazione anche per il Festival Respighi».

 

L'intervista è tratta dal n.11 del Quindici uscito il 15 gennaio 2026