informazione
Logo di Radio Città Fujiko (foto del sito web dell'emittente)
Proprio sotto le Due Torri, il 29 ottobre di cinquanta anni fa, nasceva Radio Città Fujiko. O meglio, quella che in origine si chiamava solo Radio Città, fondata per iniziativa di un gruppo di giornalisti bolognesi provenienti dalla redazione del quotidiano Il Foglio di Bologna. Nata negli anni Settanta, nel pieno della stagione delle radio libere, rappresenta ancora oggi una delle esperienze più longeve della radiofonia bolognese. Cinquant’anni di storia fatta di informazione, cultura musicale, impegno sociale, e attraversati da grandi trasformazioni del sistema mediatico.
Alessandro Cannella, direttore di Radio Città Fujiko dal 2013, ne ripercorre le origini raccontando i momenti più significativi e condividendo le sue ambizioni per il futuro della testata.
Qual era la missione originaria della radio e quanto, a cinquant’anni dalla nascita, è rimasta fedele alla visione iniziale?
«Radio Città Fujiko, come tutte le radio nate negli anni '70 dopo la rottura del monopolio Rai, aveva un duplice obiettivo, da una parte quello politico dall’altra quello culturale. Dal punto di vista politico svolgevano una funzione di contro informazione: l’informazione mediata dalla Rai o dai principali giornali dell’epoca non era ritenuta all’altezza del racconto della complessità della realtà. Una parte significativa della società, infatti, non trovava spazio nella loro narrazione. Allo stesso modo sul piano culturale, in particolare musicale, queste radio proponevano contenuti che non trovavano spazio nei canali ufficiali. Si ascoltavano generi e artisti che la Rai non trasmetteva, come il rock o gruppi come i Led Zeppelin.
A distanza di cinquant’anni possiamo dire di essere rimasti fedeli a quella missione. Continuiamo a proporre un’informazione diversa da quella mainstream, con attenzione a chi normalmente non ha voce. Anche sul piano musicale e culturale cerchiamo di offrire contenuti che non seguano le logiche commerciali dominanti. Non trasmettiamo musica pop mainstream come Taylor Swift o Fedez, ma proponiamo una grande varietà di generi tipo l’hip hop, jazz, rock, reggae, privilegiando la ricerca e la qualità piuttosto che le logiche dello spettacolo e del business.
Naturalmente la radio è cambiata molto rispetto agli anni Settanta e nel tempo ci sono state anche scissioni e fusioni con altre realtà, ma gli obiettivi di fondo sono rimasti sostanzialmente gli stessi».
Quali sono state le varie tappe dell’emittente prima di arrivare a chiamarsi Radio Città Fujiko?
«All’inizio si chiamava Radio Città. Nel 1987 ci fu un dissidio interno che portò a una scissione: una parte della redazione diede vita a Radio Città del Capo, una radio che è esistita fino a pochi anni fa. La parte rimasta aggiunse alla denominazione la frequenza, diventando Radio Città 103. Nel 2001 nacque Radio Fujiko dalle ceneri di un’altra radio comunitaria dell’epoca, Oasi Radio, ed era di proprietà dell’ARCI. Nel 2004 Radio Città del Capo acquistò la frequenza di Radio Fujiko, ma la redazione di quest’ultima rimase senza sede. A quel punto i giornalisti di Radio Fujiko si rivolsero a Radio Città 103 e da quell’incontro nacque Radio Città Fujiko. Il nome attuale, in sostanza, è la fusione dei nomi delle due precedenti radio».
In questi cinquant’anni ci sono stati momenti particolarmente significativi o episodi storici passati dai vostri microfoni?
«Gli episodi sono numerosi e difficili da sintetizzare. Uno degli eventi più significativi risale al 2001, quando le due radio che poi avrebbero dato origine a Radio Città Fujiko parteciparono al progetto Radio GAP durante il G8 di Genova. Si trattava di una rete composta da otto radio italiane che collaborarono per raccontare in diretta quei giorni e gli eventi che li hanno segnati, compresa la tragica uccisione di Carlo Giuliani. Un altro episodio importante risale al 1977. In quei giorni avvennero l’uccisione di Francesco Lorusso e lo sgombero di Radio Alice. Anche se le due emittenti erano realtà distinte, Radio Alice e Radio Città erano in contatto. Nella registrazione dello sgombero di Radio Alice si sente chiaramente il redattore invitare a chiamare Radio Città al 346458, il nostro numero di telefono che tra l’altro è rimasto lo stesso ancora oggi.
Nel corso degli anni la radio ha partecipato anche a molte iniziative sociali: ad esempio la raccolta di aiuti per le popolazioni colpite dal terremoto in Emilia nel 2012 o il sostegno ai migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia nel 2016. Essendo una radio comunitaria, il nostro lavoro è fortemente legato al territorio e alla dimensione sociale. La comunità partecipa attivamente alla realizzazione della radio stessa. Alcuni progetti, ad esempio quelli dedicati al mondo del carcere o realizzati insieme alla Caritas, danno voce a persone che vivono situazioni di marginalità. Ed è proprio questa dimensione sociale a caratterizzare la nostra storia».
Che tipo di rapporto ha oggi la radio con la città di Bologna?
«Il rapporto con Bologna è molto stretto. Da gennaio, grazie al DAB digitale, la radio copre anche tutta la Lombardia e la Toscana, ma il legame principale rimane con Bologna, la città in cui siamo nati e cresciuti per cinquant’anni. La città non si limita ad ascoltarci come pubblico, anzi, molti ascoltatori partecipano direttamente alla produzione dei contenuti. La comunità diventa parte attiva della radio e non è semplicemente destinataria. Movimenti sociali, centri sociali, sindacati e realtà associative trovano spesso spazio nei nostri programmi».
Il modo di fare radio, o il linguaggio stesso, è cambiato nel tempo?
«Sì, è cambiato molto, soprattutto con l’arrivo della digitalizzazione e di Internet. Un tempo anche la semplice trasmissione della musica richiedeva supporti fisici come vinili, cassette o CD; oggi la musica è completamente digitale e questo ha trasformato profondamente anche l’organizzazione del lavoro. La radio resta il nostro mezzo principale, ma oggi tutte le emittenti sono diventate multimediali: oltre alla trasmissione radiofonica esistono siti web, video e contenuti per diverse piattaforme.
Storicamente la radio è sempre stata un mezzo molto sperimentale dal punto di vista del linguaggio. Basti pensare alla celebre trasmissione di Orson Welles del 1938, La guerra dei mondi, che fece credere a molti ascoltatori che fosse in corso un’invasione aliena. Oggi il linguaggio radiofonico tende spesso ad appiattirsi, ma noi cerchiamo di preservare forme più complesse, come i radiodrammi o altri formati meno convenzionali. In generale puntiamo molto sull’approfondimento, non abbiamo le risorse per competere sul piano delle breaking news, ma cerchiamo di offrire spazi di riflessione in un contesto mediatico sempre più veloce».
Quali sono state le sfide più difficili da affrontare per l’emittente?
«Un aspetto fondamentale è che, pur essendo una radio comunitaria, restiamo una radio indipendente. Siamo una cooperativa formata dagli stessi giornalisti che lavorano nella redazione: non abbiamo alle spalle un grande gruppo editoriale che finanzia l’emittente. Gli stipendi ce li paghiamo da soli e questo ci consente di mantenere una reale autonomia editoriale e politica, sia a livello nazionale sia nel rapporto con la città.
La sfida principale, che non è mai stata completamente risolta, è proprio questa. Fare una radio indipendente ha un prezzo: non avere un grande gruppo editoriale alle spalle significa dover trovare continuamente le risorse per mantenere in piedi la struttura. L’indipendenza ha certamente molti vantaggi, ma comporta anche difficoltà. Bisogna impegnarsi costantemente per garantire la sostenibilità economica e spesso andare controcorrente non è economicamente conveniente. D’altra parte, i risultati ottenuti sono frutto esclusivo del nostro lavoro e questo ci garantisce piena libertà nello scegliere i temi di cui occuparci».
Guardando ai prossimi cinquant’anni, cosa dovrebbe cambiare e cosa invece dovrebbe restare uguale?
«Mi piacerebbe che la radio crescesse soprattutto dal punto di vista redazionale. Stiamo iniziando a sperimentare nuove possibilità, ad esempio con il DAB, e sarebbe importante poter ampliare la squadra di persone che lavorano stabilmente. L’obiettivo sarebbe avere più giornalisti e collaboratori in grado di raccontare i territori in cui operano, ampliando la copertura geografica e la capacità di produrre contenuti».