MUSICA

Renato Zero sul palco dell'Unipol Arena (foto di Paolo Pontivi)

 

Renato Zero è una fede. O si ama o si odia. E l’Unipol Arena, ieri sera (25 marzo), l’ha accolto a braccia aperte. E l’ha decisamente amato. Diciassettemila sorcini di tutte le età che hanno cantato e ballato sulle note dei brani più celebri del grande cantautore romano. E che hanno ascoltato in religioso silenzio gli intermezzi parlati di quel Renato che a settantacinque anni suonati con passione è un po’ santone e un po’ papa, un po’ vicino di casa e un po’ puttana. L’amore, il sesso, la violenza, l’aborto, i sentimenti raccontati in tutte le forme possibili attraverso una partitura. Attraverso il rock, la ballata, il pop. Brani indimenticabili che ripercorrono una carriera ultrasessantennale, impreziosita dalle composizioni dell’ultimo album “L’ora Zero”, uscito lo scorso ottobre e che ancora possiede quella firma ineguagliabile che di Zero ne ha fatto uno degli esponenti più longevi e prolifici della musica italiana. Il bisogno di gridare la propria disperazione, di urlare al mondo il diritto di trascorrere quella “verde età” nel modo più congegnale possibile alle proprie attitudini e alla propria libertà. 

Apre con l’indimenticata “No mamma no”, dal primo album del 1973, e qui la madre non è solo quella biologica, è anche quella surrogata, è la terra, la patria, la bandiera, l’anima che in ognuno di noi cerca disperatamente di reclamare il posto che si merita. Un flusso inarrestabile di emozioni e una voce sorprendente che regge oltre tre ore di show e che quasi non basta mai, a lui che canta e a noi che ascoltiamo. I grandi successi racchiusi in un medley, con "Triangolo", "Mi vendo", "Madame". E un altro ancora con "Potrebbe essere Dio", "Più su", "Il cielo", "I migliori anni della nostra vita…".  E poi quelle “chicche” che fanno saltare sulla sedia gli Zerofolli dello zoccolo duro. Come “Libera”, dall’album La Curva dell’Angelo del 2001, prodotta a Bologna da Fio Zanotti, che grida davvero con tutto il fiato che c’è in gola l’orrore della violenza sulle donne, la smania dell’uomo di possedere e di limitare lo spazio vitale di un altro essere umano, anche a costo di spezzare per sempre un’esistenza. Momenti intensi che ritornano su altri due pezzi poco conosciuti di Zero, “Il Canto di Esmeralda” e “Ricreazione”, da Voyeur del 1989, che ancora affrontano la violenza da una prospettiva che non è quella solita, che è scevra da qualsiasi retorica, depurata dai pietismi e dai buonismi che spesso e volentieri affollano i fiumi di belle parole spese sui giornali, sui social network. No, Zero si spoglia di orpelli e di costumi sfavillanti e indossato un sobrio completo di Giorgio Armani (uno blu per la prima parte, uno nero per la seconda), porta sul palco solo la sua voce e il suo carisma, ben lontano da quegli spocchiosi benpensanti che a metà degli anni sessanta storsero il naso per i suoi occhi truccati, le paillettes, l'ambiguità tanto discussa. Oggi c'è solo lui, Zero lascia il posto a Fiacchini e la favola continua...