Il decennale
Giampaolo Proni, professore associato di Semiotica all'Università di Bologna (foto dal sito Unibo)
Tanti sono stati gli allievi di Umberto Eco che in lui hanno riconosciuto un Maestro e non solo un professore. In occasione delle celebrazioni per il decennale dalla sua scomparsa, abbiamo ascoltato la voce di chi lo ha incontrato da vicino negli ultimi anni Settanta; non solo per ripercorrere l’eredità delle sue opere, ma per restituire anche la dimensione più personale del semiologo, scrittore e filosofo. A raccontarcelo è Giampaolo Proni, oggi professore associato di Semiotica all’Università di Bologna e un tempo, allievo di Eco.
Qual è il più bel ricordo che ha di Eco?
«Era una persona molto riservata, spesso qualcuno lo criticava anche per la sua freddezza, ma era semplicemente piemontese, un alessandrino insomma, e in realtà era molto più sensibile di quello che sembrava. Era una persona estremamente corretta e di grande integrità. Non prometteva quello che non poteva mantenere, che è una virtù un po' trascurata in Italia dove tutti promettono qualsiasi cosa indipendentemente dal fatto che poi possano mantenerla o meno, soprattutto i politici. Uno dei ricordi più belli che ho è legato a una vicenda un po’ personale. Mi trovavo in un momento di difficoltà, alla ricerca di un posto in università. Mi disse “Guarda, se avrai un concorso sarò disponibile ad essere in commissione” e quando dopo qualche tempo ebbi questa opportunità in maniera del tutto indipendente da lui, Umberto mantenne la promessa che mi aveva fatto anni prima».
Che tipo di rapporto aveva con i suoi allievi?
«Umberto è stato un professore straordinario, credo che la valutazione di un insegnante non dipenda dai libri. Ci ha insegnato una cosa: è assolutamente un bene che uno studente alzi la mano e dica al professore “io non sono d'accordo”. Lui era contento quando qualcuno alzava la mano e diceva “guarda che Umberto tu non hai capito”. Apprezzava quando qualcuno lo contestava perché gli dava l'occasione di discutere le sue idee e quando aveva torto lo riconosceva. Mi è rimasta proprio questa sua idea di contestazione come strumento utile a trovare una soluzione valida, se la discussione è leale ed è aperta. Oggi nessuno studente si permette mai di dire niente, almeno da noi non c'è questa abitudine di fare domande, all'estero forse un po' di più».
Quali sono state le più grandi rivoluzioni che ha portato nel contesto universitario?
«Umberto Eco fu chiamato a prendere parte al mondo universitario dal professor Marzullo, un grecista, che voleva farlo partecipare all’esperimento di questo nuovo corso di laurea. Il Dams, acronimo di discipline delle arti, musica e spettacolo, voleva essere un corso universitario e non un’accademia pratica, ma un luogo dove discutere della teoria delle arti come metodi espressivi alternativi in grado di mescolarsi. Anche il suo ruolo nella semiotica è stato fondamentale; ha lavorato sul tentativo di costruire una teoria semiotica che metta insieme l'approccio strutturalista e quello interpretativo».
Che clima c'era a Bologna quando lui approdò nel mondo universitario?
«È interessante il rapporto fra Eco e il mondo dell'università italiana nel momento in cui lui è entrato a farne parte. Erano gli anni di piombo, in particolare a Bologna, anche se il piombo non c'era nell'università, soprattutto all’inizio. Erano gli anni in cui è esplosa l'università di massa, da quel momento tutte le scuole (fatta eccezione per quelle magistrali di quattro anni) avevano accesso all’università. In più c’era il boom demografico. Gli spazi erano stretti, mancavano le aule e gli studenti protestavano. In questo clima lui, persona estremamente rigorosa con addirittura una formazione in filosofia medievale alle spalle, si trovava perfettamente a suo agio. Era in grado di stare benissimo nel caos, sempre mantenendo il controllo della situazione. Quando venivano i collettivi e occupavano l'aula lui esordiva con: “bene, l'aula è vostra, la lezione è sospesa”. Quando, poi, gli chiedevamo spiegazioni aggiungeva: “faccio il mio lavoro, se l’aula non è mia sarà di qualcun altro". Non si metteva in contrasto, ma non si mescolava. Rispondeva ai problemi con l’apertura mentale».
Secondo lei esiste, ad oggi, un altro Eco?
«No sinceramente, ahimè. Non conosco nessuno che abbia la sua capacità di spaziare rimanendo sempre sui binari perché io non l’ho mai sentito parlare di qualcosa che non sapeva, non interveniva mai in settori che non conosceva. Ogni tanto faceva anche il giornalista e in certi momenti si è esposto come militante politico. È sempre stato legato a una certa sinistra, però non è mai uscito dal seminato».
Se oggi avesse la possibilità di rivederlo per l'ultima volta che cosa gli direbbe?
«Grazie, lo abbraccerei e gli direi grazie».