scultura

“I Have Imagined Things Only True Believers Can See”, la scultura di Mario García Torres nel giardino di Palazzo Bentivoglio (foto di Edoardo Cassanelli) 

 

Una canna da irrigazione lunga 60 metri, di rame patinato ma dalle sembianze di una gomma esausta, ha trovato il suo posto nel giardino di Palazzo Bentivoglio, in via del Borgo di San Pietro, ed è destinata a rimanerci. Non come strumento d’utilizzo, bensì come opera d’arte, intitolata “I Have Imagined Things Only True Believers Can See” e firmata da Mario García Torres, che mercoledì 10 giugno, alle 21.30, la presenterà al pubblico attraverso la performanceFive Feet High and Rising”. Una sorta di conferenza/dj set a ingresso libero pensata per essere una prima “attivazione” della scultura, che si potrà ammirare fino al 27 giugno.

Palazzo Bentivoglio si dimostra ancora una volta una “casa dell’arte”, un’istituzione culturale fiera di aprire le sue porte alla concettualità, all’estetica della contemporaneità, questa volta dando spazio a Torres, artista messicano esposto, tra gli altri, al Museum of Modern Art di New York e alla Tate Modern di Londra, e rappresentante della sua nazione alla 56esima Biennale di Venezia nel 2015.

Il suo lavoro si concentra molto sullo studio e la rivisitazione dell’arte povera, oltre che della mitologia della storia dell’arte. Nel caso di “I Have Imagined Things Only True Believers Can See”, l’omaggio, esplicito, è ad Alighiero Boetti, uno dei grandi rappresentanti della corrente radicale che si basa sull’uso di materiali appunto poveri.

Più precisamente, col suo “tubo” Torres celebra una particolare scultura bronzea di Boetti, “Autoritratto (mi fuma il cervello)”, opera a grandezza naturale in cui l’autore si mostra con in mano una canna da giardino sospesa, da cui sgorga dell’acqua che, a contatto con una resistenza scaldante, genera del vapore che sembra fuoriuscire direttamente dalla testa. Una forma di provocazione che gioca molto col linguaggio. La canna di Torres è estremamente aggrovigliata – tanto quanto le strutture delle montagne russe o un intrecciato e sottile serpente verdastro – e si emancipa dalla presenza umana. È qualcosa di autonomo, vive di vita propria. Pure in essa può scorrere dell’acqua, che arriva a cascare sempre su una piastra che butta fuori vapore. Ma il processo deve essere attivato, dando così il senso del celato che poi si trasforma in concreto, l’immaginario diventa reale, l’invisibile visibile. Il tutto è una metafora che si ricollega al senso dei fiumi, elementi naturali che sanno essere filo di incontro tra culture, mentre la visione del vapore, quindi dell’evanescenza e dell’inconsistenza, dà certamente lo spunto per riflettere sulla caducità della civiltà umana.