il quindici

Il Magnifico rettore dell'Università di Bologna, Giovanni Molari (foto di Federico Mosca)

 

Cosa l’ha spinta a candidarsi a rettore dopo i suoi studi in ingegneria?

«Il desiderio di contribuire a rafforzare l’Alma Mater da tanti punti di vista. Quello internazionale, perché è un’uni- versità del mondo e deve confrontarsi con le principali università globali. Poi l’edilizia, con la necessità di ristrutturare e riorganizzare l’Ateneo. Poi, didattica, ricerca e terza missione e senso di appartenenza sono stati i pilastri del mio impegno».

Quali responsabilità porta con sé questo ruolo?

«La più forte è la coscienza di essere una voce molto ascoltata. Sapere che ogni parola e ogni scelta raggiungono una platea vastissima porta con sé una grande responsabilità».

Che università sente di avere oggi tra le mani rispetto a quella che aveva immaginato all’inizio del mandato?

«È sicuramente molto più internazionale. Con il 16% di immatricolati e il 13% di studenti internazionali, oltre a più del 50% dei corsi in lingua inglese o con titoli doppi e congiunti, è molto più grande. Oggi ci sono 7.000 dipendenti, di cui circa 3.500 docenti, mentre quando sono stato eletto erano circa 3.000. Abbiamo oltre un migliaio di dipendenti in più, tra docenti e personale tecnico-amministrativo, rispetto a quattro anni fa. È cresciuta molto anche dal punto di vista edilizio, risultando oggi più ordinata e meglio organizzata. Soprattutto, la sento come un’università più consapevole dei propri mezzi, ed è questo l’aspetto più positivo».

Quali caratteristiche dovrà avere il suo successore?

«La cosa più importante è mantenere l’indipendenza dell’università dalla politica e dal mondo esterno. L’università deve restare libera, pubblica, laica e indipendente. Questa, a mio avviso, deve essere la caratteristica fondamentale non solo del mio successore, ma di tutti i rettori dell’Alma Mater».

Qual è il principale problema dell’Università di Bologna e quale il suo punto di forza?

«Il punto di debolezza non è interno, ma sono i vincoli nella crescita. Norme, leggi, vincoli di bilancio su retribuzioni e tasse che oggi ne limitano la crescita. Sono pensati negli anni per una gestione sul territorio italiano, ma oggi Bologna gioca una partita diversa. Il punto di forza, invece, è la buona reputazione che l’Università ha a livello mondiale».

Cinque anni fa i ranking QS collocavano Unibo al 160esimo posto. Nelle ultime analisi 2026, la classifica britannica assegna all’Alma Mater il 138esimo posto. Ha perso posizioni però rispetto al 2025. In cosa è peggiorata rispetto allo scorso anno?

«I ranking non sono costruiti sul no- stro sistema e ci penalizzano soprattutto su due parametri: l’elevato numero di studenti rispetto a quello dei docenti, e l’aspetto citazionale, dove una parte consistente dell’Ateneo, in particolare l’area umanistica, è poco indicizzata. Per questo, variazioni di cinque posizioni in un anno sono sostanzialmente degli “zero virgola”, non controllabili, anche perché ogni anno aumenta il numero delle università che entrano in classifica. Essere stabilmente tra le prime 150 al mondo è già una dimostrazione del nostro livello».

Economicamente parlando, quanto vale oggi l’ateneo per la città di Bologna e quanto conta il rapporto tra ricerca universitaria e tessuto produttivo emiliano-romagnolo?

«L’università è fondamentale non solo per Bologna, ma per tutte le città del territorio regionale. C’è una sinergia tra atenei e territorio che è indispensabile per la crescita delle nostre città e delle nostre sedi. Viceversa, il sistema produttivo è fondamentale per i corsi, la ricerca e la terza missione. Bisogna legare il sistema produttivo con l’Ateneo, allargando il ragionamento anche al terzo settore e agli enti territoriali».

Quale può essere la soluzione della crisi che riguarda la Bologna University Press?

«Seguire il piano di risanamento che è stato proposto e approvato dal consiglio d’amministrazione dell’Università di Bologna. L’editoria come sapete è un settore in profonda trasformazione e oggi la Bup ha bisogno di una correzione di strategia e obiettivi».

A fronte di immatricolazioni stabili, sono diminuiti gli iscritti dalle regioni del Sud ma è aumentata la presenza di studenti internazionali rispetto a due anni fa. Oggi quanti sono e quanto stanno cambiando il volto dell’università?

«Si stanno riducendo progressivamente gli studenti da fuori regione, in particolare dal Sud, mentre aumentano gli emiliano-romagnoli e soprattutto quelli internazionali. Oggi abbiamo circa 12-13 mila studenti internazionali, a cui si aggiungono oltre quattromila Erasmus in ingresso e in uscita. Il costo della vita spinge molti studenti italiani a restare più vicini a casa mentre l’Italia oggi è più appetibile di altri Paesi. L’Alma Mater sta diventando sempre più internazionale grazie alla qualità dell’offerta didattica, alla reputazione e al lavoro fatto in questi anni su corsi in lingua e orientamento all’estero».

Quanto la crisi abitativa a Bologna ha inciso sul benessere dell’ateneo?

«La difficoltà di trovare casa ha inciso sulle dinamiche di questi anni, ma credo che pesi ancora di più il costo della vita. È un problema che non si risolve in poco tempo, perché i numeri della disponibilità sono ancora troppo piccoli rispetto alla richiesta. In questi anni l’università ha fatto la sua parte: abbiamo costruito 2.500 posti letto e ne abbiamo in programmazione altri 700-800 entro la fine del mandato».

Sono sufficienti?

«No, non bastano, ovviamente, per i 50-60 mila studenti fuorisede che studiano a Bologna. Nei prossimi anni sugli studentati sarà necessario fare di più».

Cosa pensa del piano presentato dal sindaco per combattere il degrado nel centro cittadino?

«L’Università di Bologna in questi anni ha fatto la sua parte. Abbiamo un sistema che permette di pulire ogni volta che viene sporcato un muro entro 24 ore. La ritengo una cosa senza senso, non si possono passare le giornate a pulire muri appena sistemati, però sono convinto che il buon esempio faccia la sua parte. La spesa si aggira tra i 120 e i 130mila euro all’anno, soldi buttati. Sono demoralizzato dalla gestione dei graffiti, ma dobbiamo continuare a combattere questa battaglia».

Cosa sta facendo l’Alma Mater per arginare il rischio di diventare un’università sempre più accessibile solo agli studenti più abbienti?

«Abbiamo attuato tante misure sul diritto allo studio, l’aumento della no tax area, borse di studio, studentati. Il costo della vita fa sì che il reddito medio di chi frequenta l’Università di Bologna sia in crescita. Nostro malgrado, è una dinamica difficile da combattere, anche se abbiamo fatto di tutto per rendere l’università sempre più inclusiva».

Quest’anno 930 studenti idonei sono rimasti senza borsa, e l’ateneo ha dovuto mettere 2,5 milioni di euro propri per coprirne almeno il 50%. Cosa si pensa di fare per non ricorrere a questa misura d’emergenza in futuro?

«La strada è il dialogo con gli interlocutori, in particolare con la Regione. Sono appena tornato da un confronto con il presidente de Pascale e con l’assessore Paglia per capire come gestire il problema nei prossimi anni. È una questione complessa: da un lato la riduzione dei fondi, dall’altro l’aumento degli iscritti in no tax area con andamenti anomali in alcuni atenei della regione. Quando a Modena e a Parma i beneficiari di borse aumentano crescono in maniera decisamente singolare, mentre a Bologna la variazione è del 2-3%, bisogna chiedersi cosa stia succedendo. Vorrei valutare con attenzione le dinamiche che si stanno diffondendo nella nostra regione».

A che punto sono i lavori per gli studentati che rientravano nel piano triennale che dovrebbe concludersi quest’anno?

«Gli studentati stanno procedendo secondo i tempi stabiliti, dal Battiferro, al San Giuseppe Sposo in via Bellinzona, fino a Imola all’Osservanza. Porteranno circa 700-800 posti in più tra Bologna e Imola. Si tratta di studentati realizzati dall’Università e poi dati in gestione a Ergo, che li assegna secondo le graduatorie regionali. Quindi, la contribuzione per il posto letto è gestita direttamente da Ergo, con costi controllati e priorità agli studenti meritevoli, ma privi di mezzi. Diverso il discorso dei privati, che stanno crescendo, ma con costi molto alti. Per questo è necessario aumentare il numero di studentati pubblici e abbassare tutto il sistema degli affitti a Bologna».

Sente che il Governo stia trattando l’Università come una priorità?

«In questi anni il nostro bilancio è cresciuto dai circa 650 milioni nel 2020, al miliardo di oggi, grazie a piani straordinari e in parte alle risorse del Pnrr. Quindi c’è stato un forte aumen- to dell’investimento sull’università, ed è un dato oggettivo. Poi è altrettanto oggettivo che le università italiane, rispetto ad altre, siano sottofinanziate. Si può sempre migliorare, ma dopo un aumento così forte è normale una fase di stabilizzazione. Adesso bisogna stare attenti a non tornare indietro».

Anche Unibo ha sperimentato il nuovo semestre filtro di Medicina: promosso o bocciato?

«Quando vengono approvate leggi dello Stato con una maggioranza così ampia, il nostro compito è applicarle nel modo migliore possibile. Come tutte le riforme, anche questa ha bisogno di una fase di assestamento. Nei prossimi anni si affinerà e si troveranno correttivi per ciò che può essere migliorato. Sul tema del sovraffollamento, noi non abbiamo avuto particolari criticità gra- zie alla doppia modalità in presenza e online. L’anno scorso abbiamo lavorato in emergenza, l’anno prossimo cercheremo soluzioni più stabili».

Come sta reagendo Unibo all’avvento dell’intelligenza artificiale?

«È uno strumento e deve essere gestito attraverso due cose fondamentali: conoscenza e regole. Abbiamo lavorato, informando su opportunità, rischi e su cosa sia l’intelligenza artificiale, mettendo al tempo stesso regole per l’utilizzo tramite un sistema di linee guida. È in rapida evoluzione e quindi anche noi dovremo adattarci rapidamente, perché tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale continuerà a correre nei prossimi anni».

Quanto è difficile ricoprire il suo ruolo quando bisogna prendere posizioni in rappresentanza di tutta l’Università?

«L’università deve cercare di mantenere equilibrio e rispettare le scelte che i nostri organi fanno. All’interno dell’Ateneo possono esserci temi complessi e opinioni diverse, ed è normale. L’importante è ascoltare tutti, rispettare le opinioni di tutti e cercare di trovare una sintesi, anche quando è difficile. Se una delibera può essere migliorata, la si migliora. Questo è il compito dell’università, mantenere equilibrio anche su questioni delicate, senza sottrarsi alla responsabilità di decidere».

Che rapporti ha con i collettivi universitari?

«Dialogo continuo con tutti quelli che rispettano le leggi e che interloquiscono in maniera civile. Questo è l’atteggiamento che abbiamo tenuto in questi anni e che continueremo a tenere. Quando ci sono soglie tollerabili, il dialogo è sempre stato mantenuto. Credo sia importante per tutti rispettare le opinioni, restando dentro un equilibrio fondamentale».

Cosa si fa per evitare opacità nei concorsi per docenti?

«Trasparenza totale di tutti i processi. Abbiamo aperto l’ateneo e credo sia il modo migliore per combattere eventuali problemi. Quando i problemi ci sono stati, li abbiamo affrontati con decisione, senza mettere nulla sotto il tappeto. I casi gravi sono stati pochi, affrontati e risolti. All’interno del nostro ateneo non c’è un grosso problema di questa natura, ma è assolutamente indispensabile intervenire quando serve».

Cosa farà per ricordare Fabio Roversi Monaco?

«Valuteremo insieme al dipartimento di Scienze giuridiche le modalità più corrette. Ho già parlato con il direttore Federico Casolari e troveremo insieme una soluzione, perché è importante sentire il suo dipartimento. In questo momento abbiamo voluto ricordarlo nel modo più giusto nella giornata del funerale. In questi anni ci siamo sentiti spesso e ho apprezzato molto il rispetto che aveva verso il ruolo, l’istituzione e, più in generale, verso l’Università».

Qual è il più grande rettore della storia dell’università di Bologna?

«È difficile confrontare epoche diverse, ciascuna con le proprie caratteristiche, il suo percorso. Credo che ognuno di noi, nel proprio periodo di mandato, abbia contribuito alla crescita dell’Ateneo. Se siamo qui dopo 938 anni è anche grazie a chi l’ha guidato e a tutti quelli che ci hanno lavorato».

Alla fine del suo mandato, cosa le farebbe dire: “Questa è l’università che volevo lasciare”?

«Un Ateneo più internazionale, equilibrato, indipendente dalla politica, più ordinato e più sistemato anche dal punto di vista dell’edilizia. Un Ateneo che possa continuare a crescere e competere su una dimensione internazionale».

Cosa sarebbe Bologna senza la sua università?

«L’Università di Bologna e la città sono inscindibili, anche in termini di distribuzione territoriale. D’altronde sono cresciute in parallelo. L’Università ha reso grande la città di Bologna, fa parte della sua storia, è stata l’istituzione più antica. Anzi è nata prima l’Università che il Comune. Anche il Bologna Calcio è nato grazie ai nostri studenti».

L'articolo è tratto dal numero 18 di Quindici del 23 aprile 2026