Verso il voto
Le schede del referendum costituzionale (foto Ansa)
A Bologna il "No" si conferma nettamente in testa alle preferenze quando siamo ormai all'ultimo miglio della campagna referendaria. Secondo il mini-sondaggio di "InCronac@", condotto fra le strade del centro per tastare il polso della città - 100 interviste ai passanti nella zona di Piazza Maggiore - il 68 per cento dei bolognesi voterebbe contro la riforma costituzionale, con il "Sì" fermo al 14 per cento.
I sostenitori del "No" valgono l'83 per cento chi ha già deciso come votare, un dato che ricalca quello della prima rilevazione fatta dal nostro giornale a fine gennaio - allora era contro la modifica della Costituzione l'84 per cento di chi aveva indicato una preferenza - mentre si riduce notevolmente la percentuale degli indecisi. Fra gli intervistati, solo il 18 per cento non ha ancora definito se e come voterà – un mese fa era il 37 - e, andando a considerare le tendenze nelle varie fascia d'età, si nota come ci siano più incerti fra i giovani.
Fra chi ha meno di trent'anni il "No" stravince con in media 3 preferenze su 4 (il "Sì" crolla al 4 per cento), ma sono molti anche gli indecisi, il 21 per cento del totale, dato più alto dell'intero campione.
La proposta di riforma riscuote successo soprattutto fra chi ha fra i 45 e i 60 anni con il 19 per cento che parteggia per il "Sì"; nella generazione dei boomer il "No" ha in proporzione il seguito meno numeroso con poco più del 60 per cento delle preferenze.
Fra le ragioni di chi è contrario alla riforma quella più citata è la paura che la modifica della struttura del Consiglio Superiore della Magistratura possa portare al controllo della politica sulle toghe (indicata dal 16 per cento di chi voterà "No") seguita dalla contrarietà ad andare a modificare il testo della Costituzione.
Se le motivazioni di fondo sono chiare, le sfumature delle prese di posizione dei due schieramenti oscillano fra la critica al merito e le simpatie politiche. «Perché voto "No"? Ha già spiegato Nordio il perché», commenta una ragazza di ventotto anni ricordando le parole del guardasigilli che lo scorso novembre aveva suggerito che in caso di vittoria del "Sì" la riforma «avrebbe giovato anche all'attuale opposizione» se un domani fosse andata al governo. Il botta e risposta continua con gli esponenti del fronte del "Sì" che respingono la suggestione di un controllo dei partiti sulla magistratura e rilanciano: «Non ci sono pericoli in questo senso, sono solo strumentalizzazioni contro l'attuale Esecutivo. È necessario separare le carriere dei giudici».
Tanti per avvalorare la propria intenzione di voto chiamano in causa i grandi nomi dei frontman (o supposti tali) delle due fazioni. Ai «mi fido di Nicola Gratteri e Alessandro Barbero (rispettivamente procuratore di Napoli e professore di storia medievale e divulgatore)» del "No" c'è chi risponde scomodando addirittura Giovanni Falcone: «Anche lui voleva la separazione delle carriere ma finora non è stato ascoltato». Per il resto sotto i portici la discussione va spesso oltre il testo della riforma e si accende dei toni accorati della polemica. Al «mi sono rotta del potere che hanno i magistrati» di una donna di 70 anni che parteggia per il "Sì" fanno eco commenti come: «Questi al governo sono dei pazzi» oppure «non voterei mai a favore di Meloni».
Fra le prese di posizione forti emerge per contrasto il parere disilluso di una insegnante di 54 anni secondo cui, in fondo, il dibattito intorno al referendum è da leggere soprattutto come il fallimento della nostra classe politica: «Non andrò a votare, è una questione molto tecnica che non andava affrontata con una consultazione popolare. Siamo arrivati a questo punto per colpa dell'inadeguatezza della politica e della sua incapacità nel trovare una soluzione alla questione. Non credo nella riforma ma allo stesso tempo, da persona di sinistra, non vorrei neanche aiutare un'opposizione che continua a essere a corto di idee. Comunque la si guardi è una disfatta».