Il Ricordo

Gianni Leoni (foto concessa)

 

 

«Ai giardini Margherita c’erano due cedri del Libano, molto alti». Massimo Gagliardi, ex vicedirettore de “il Resto del Carlino”,  è immerso nei ricordi. Occhiali da sole sul naso, cravatta e capelli bianchi scompigliati dal vento che soffia fuori dalla chiesa di San Disma, ripensa al collega e amico Gianni Leoni. «Il capo ci chiese di fare una serie di puntate sugli alberi più belli, antichi e alti di Bologna. Pensavo foto con didascalie, invece voleva proprio degli articoli. “E che diavolo dobbiamo scrivere?” mi chiesi, notizie non ce n’erano. L’unica soluzione era chiamare Gianni, l’esperto di aria fritta. Un mago capace di costruire un testo lungo e interessante sul niente. “Non ti preoccupare, ci penso io” mi rispose. Sapeva fare tutto ed era sempre consapevole. Spesso diceva “adesso mi metto il cappotto, qua tira un po' d’aria fritta». Gianni Leoni è stato anche questo. Non solo un mostro sacro della cronaca nera, un giornalista tuttofare capace di scrivere qualsiasi cosa. 

I racconti dei compagni di redazione raccontano il lato più umano della storica firma del “Carlino”, fatto di scherzi, battute e tanta autoironia. Ripesca un altro aneddoto Claudio Cumani, firma delle pagine culturali  e già caporedattore: «Un giovane cronista dell’Avvenire era arrivato tardi per il giro di cronaca nera (le telefonate che ogni sera le redazioni fanno chiamando ospedali e forze dell’ordine per raccogliere le notizie di giornata - ndr). Leoni, in combutta con altri colleghi, gli disse che un tale aveva fatto una rapina armato di una pistola fatta col sapone. Il giorno dopo la notizia inventata uscì sull'Avvenire. Gianni era così, una gag dietro l’altra». Con Roberto Canditi alla giudiziaria erano un duo formidabile, scrupolosissimi, impossibile prendere un buco con loro secondo Cumani, che si è ispirato alle loro figure per raccontare i giornalisti Billi e Tappo, personaggi del suo romanzo “Ultima pagina”.

Cosa rendesse Leoni così speciale se lo sono chiesti in tanti. Per l’ex collega Stefano Curi era «la curiosità inesauribile mischiata con uno spirito di osservazione irreplicabile. Notava sempre dettagli di cui non si era accorto nessuno, nei suoi pezzi come in una cena dopo il lavoro. Non solo sul piano delle cose, ma anche su quello psicologico e sociale».

Concorda con lui un’altra redattrice ed ex vice capo cronachista, Nicoletta Rossi: «Nessuno di noi ha amato questo lavoro come Gianni. Ripeteva sempre, sinceramente, "il giornalismo è stato tutto, senza sarei un signore nessuno". Ed era giornalista sempre, anche mentre si divertiva nel tempo libero».

Tutte caratteristiche essenziali per fare cronaca come la fece lui, passando attraverso tutti i casi più importanti d’Italia: dalla strage del Due agosto all’Anonima sequestri, dalla mafia agli omicidi più efferati, passando naturalmente per le storie tutte bolognesi come la banda della Uno bianca. Gagliardi ricorda bene la notte del 6 ottobre 1990: «Ero in sede, giornale già chiuso e pronto per la stampa. Arriva una notizia, rapina in una tabaccheria in via Zanardi. Ci sembra niente di che. Poi un aggiornamento, un anziano passante che ha visto il colpo e ha gridato contro i ladri è stato ucciso a colpi di pistola. Riapriamo il giornale, mandiamo Gianni, mi fa una sola domanda, “quanto devo scrivere?”. Quella notte ancora non sapevamo che l’assassino fosse Fabio Savi e che quella fosse la banda della Uno Bianca, ancora poco nota e al primo omicidio di stampo terroristico, in cui la vittima era un passante qualsiasi. Solo una delle tante notti fatte in bianco con Leoni».

Ma il talento del nerista non stava solo nel lavoro sul campo. Teneva spesso rapporti personali con i delinquenti di cui scriveva, come per esempio Angelo Izzo, uno degli autori del “massacro del Circeo”. Ancora Gagliardi racconta: «Ero capocronaca, Gianni entrò in redazione con una pila di lettere in mano. Erano tutte di Izzo, che gli scriveva una volta a settimana. Poi uscì in libertà vigilata e ammazzò subito altre due donne. Tornò dentro e ricominciò subito a scrivere a Leoni».