IL QUINDICI

Il reporter Enrico Franceschini intervistato a InCronac@ (foto di Alberto Biondi)

 

«Sfogliando il “New York Times” trovai un appartamentino a 250 dollari al mese all’ultimo piano di uno stabile nel quartiere pittoresco di Hell’s Kitchen, a Manhattan. Era un ghetto di portoricani, io ero praticamente l’unico bianco che viveva lì. Avevo nostalgia della mia famiglia, dei miei amici, di Bologna, e all’inizio non pensavo che non sarei più tornato a casa». Ecco come comincia l’avventura di un giovane col piglio del giornalista che sarebbe poi diventato uno dei più conosciuti corrispondenti italiani. Un’avventura in giro per il mondo che dura da oltre quarant’anni, quella di Enrico Franceschini, bolognese, classe 1956, firma storica del quotidiano “la Repubblica”, e scrittore “grafomane” di narrativa e saggistica (ha da poco presentato in Salaborsa il suo ultimo romanzo, “Arrivederci Londra”, edito da Baldini+Castoldi).

Ha cambiato una ventina di volte casa, messo piede su tre continenti e conosciuto l’anima di cinque metropoli, passando per tanti altri posti come Cina, Giappone, Nord Africa e persino Afghanistan. «Penso di aver vissuto cinque, sei vite, ma quasi non mi sembra neanche di essere stato io a viverle, ma un altro», afferma. Si parte con l’addio a Bologna e la scoperta dell’America, approdando a New York. Dopo gli studi bolognesi e gli inizi come freelance prevalentemente di sport, soprattutto basket, Franceschini decide di «partire alla ventura oltreoceano, così da allargare i miei orizzonti, senza un contratto, con pochissimi soldi in tasca e senza sapere neanche tanto bene l’inglese». In America ci passerà dieci anni, prima appunto a New York e poi vivrà anche due anni a Washington. «Erano altri tempi, tutto cresceva, il giornalismo aveva soldi e le opportunità non mancavano», ricorda. Ma l’inizio è stato comunque difficile e, allo stesso tempo, adrenalinico. Infatti, per andare in America da Bologna risparmiando, prende un treno fino a Bruxelles, poi un charter direzione States, «una vera e propria carretta del cielo».

In seguito, l’idea di fare da corrispondente per qualche testata di provincia che non aveva nessuno su suolo statunitense. Grazie a un contatto americano conosciuto a Bologna ai tempi degli anni Settanta, inizia a muoversi per la Grande Mela, scoprendo le sue facce multiformi. «Scrissi tramite posta a questo mio contatto e riuscimmo a incontrarci all’aeroporto Kennedy di New York. Lui abitava coi genitori alla fine del distretto di Brooklyn, vicino a Coney Island, un posto che, con i gabbiani e il mare e i divertimenti, mi ricordava tanto Cesenatico». Trovata casa a Manhattan, comincia la faticosa gavetta.

Franceschini si mette a fare lavori diversi, dal distributore di volantini al maestro di italiano. Riprende a fare articoli sul basket e riesce a intervistare un giocatore che era stato in Italia e aveva dato prova di sé nella squadra dell’Ignis Varese, Charlie Yelverton. Poi la svolta grazie all’arresto del boss mafioso John Gambino. Gli viene commissionato un ritratto del criminale dal giornalista Roberto Livi per conto di “Quotidiani associati” del gruppo “L’Espresso”, e allora per saperne di più telefona al “New York Post” e chiede del giornalista che ha scritto l’articolo sulla cattura del gangster. Riesce a incontrarlo all’interno dell’archivio del giornale e lui gli consegna un faldone di documenti su Gambino. Franceschini prende gli appunti che gli occorrono a mano e alla sera, nel suo appartamento, si mette a scrivere sulla sua Olivetti portatile, in mezzo a un mare di carta appallottolata sul pavimento. La rilettura avviene in un diner vicino casa, davanti a una english breakfast composta da uova, pancetta, succo e caffè a volontà. Infine l’ultimo step, vale a dire la dettatura del laborioso pezzo, che piace molto.

Da quel momento Franceschini inizia a essere notato, e dopo quattro anni di fatica arriva la chiamata da “Repubblica”. «All’epoca, assieme a me, c’erano pure Gianni Riotta, Lucia Annunziata e molti altri. Eravamo una ventina di giovani italiani col sogno dell’America». Parte una carriera, negli Stati Uniti, di tutto rispetto, puntellata di episodi interessanti, avvincenti. Prendiamo un esempio. Il noto regista Federico Fellini, accompagnato dalla moglie Giulietta Masina, viene a New York a presentare il suo ultimo film, “Ginger e Fred”, del 1986, e viene organizzato un grande party in suo onore niente di meno che nell’atrio della Trump Tower, di proprietà di colui che sarebbe diventato anni dopo il Presidente Donald J. Trump. Tra gli ospiti c’è proprio Franceschini, che porterà il cineasta in una famosa discoteca che aveva arredato i locali in stile felliniano.

Un altro aneddoto riguarda invece un’intervista fatta all’ex dittatore filippino, in esilio alle Hawaii, Ferdinand Marcos, e a sua moglie Imelda, «dittatrice che possedeva circa tremila paia di scarpe». Franceschini doveva seguire le elezioni democratiche del cinquantesimo e ultimo stato americano, ma tramite un contatto riesce a entrare nella villa di Marcos e a intervistare la coppia. Passiamo alla terza città in cui si sposta Franceschini: Mosca, la capitale di quella che era ancora l’Unione Sovietica, sebbene ormai al suo termine. Anche questo è un periodo ricco di avvenimenti per il nostro corrispondente di “ la Repubblica”. Due in particolare gli aneddoti più succosi. Il primo riguarda l’intervista a Mihail Gorbaciov, ultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, e di fatto smantellatore della stessa, poco dopo le sue dimissioni dalla carica. «Lo cercavo da un mese attraverso il suo portavoce, me ne stavo al freddo al Cremlino, sotto la neve, ad aspettare.

Poi il giorno di Natale ricevetti la telefonata e mi fu detto di venire a intervistarlo la mattina dopo». Il secondo fatto è più cruento. Due anni dopo il crollo dell’Urss, un gruppo di ribelli tenta di riportare in auge il comunismo e assalta il Parlamento. Il presidente in carica della neonata Russia si chiama Boris El’cin, il quale decide di accerchiare il palazzo e cannoneggiarlo. Vicino alle barricate, due giornalisti italiani, Franceschini e Paolo Valentino, del “Corriere della Sera”. «A un certo punto uscì dall’edificio una vecchietta e disse che i capi dei ribelli volevano parlare con la stampa straniera. Avevo due immagini davanti: nella prima mi vedevo tornare a casa da mia moglie e da mio figlio, nell’altra mi vedevo morto sotto i cannoneggiamenti. Avevo paura della situazione, ma avevo più paura del mio direttore, Scalfari. Chissà cosa mi avrebbe detto se non avessi colto quell’opportunità di entrare dentro il Parlamento russo! E così entrai. Raccontammo poi i fatti a un corrispondente della Cnn, che ci riprese in diretta, e il cui servizio venne in seguito ritrasmesso dalla Rai. Per quello scoop io e Valentino vincemmo il premio giornalistico Premiolino».

Dalla Russia al Medio Oriente, in Israele, di stanza a Gerusalemme, dove rimane sei anni. Un territorio che impara a conoscere seguendo un bizzarro ma vincente consiglio di un suo maestro, il giornalista Vittorio Zucconi, cioè leggere la Bibbia. In quel posto, sicuramente l’episodio più importante della sua carriera è quello che tratta l’intervista a Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. «La Cisgiordania era stata invasa dai carri armati israeliani, il suo quartier generale era accerchiato, non si sapeva se l’avrebbero ucciso o lasciato vivere. Aspettai una settimana in un albergo a Ramallah, su consiglio di un mio collaboratore palestinese. Una notte, nonostante il coprifuoco, mi portò da Arafat e facemmo l’intervista». E si chiude con l’Inghilterra. Londra ancora oggi è la casa di Franceschini, nonostante sia molto cambiata per via del “divorzio” dall’Unione europea, dopo il referendum sulla Brexit del giugno 2016.

«Su Londra mi piace ricordare l’incontro con la regina Elisabetta II durante un banchetto in onore del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ci sono pure due o tre corrispondenti italiani, tra cui io. Una serata di tutto punto, tra noleggio di frac e macchina dotata di autista. Dopo cena siamo in una sala a prendere il caffè e vedo che attorno a me si crea il vuoto. Mi giro e mi ritrovo davanti la regina e il principe Filippo. Lui si sfrega le mani come per dire “abbiamo messo a letto il Presidente Ciampi, adesso ci divertiamo davvero”. Lei invece mi chiede se mi è piaciuta la serata. Io le rispondo con voce fantozziana che è stata la serata più bella della mia vita», dichiara scherzosamente Franceschini.

Ecco quindi le curiosità di un giornalista che ha circumnavigato il globo, di un esperto di politica estera e non solo, che continua a scrivere e a dare la sua opinione sulle dinamiche geopolitiche, da Trump a Putin passando per Netanyahu e l’Iran, senza dimenticare possibili nuovi scenari, tipo Taiwan e Cuba. La sua vita dimostra che, tramite impegno e dedizione, si può arrivare lontano, portandosi sempre dietro la voglia di raccontare le vicende umane, linfa essenziale del giornalista.

 

L'articolo è tratto dal n. 22 di "Quindici" del 18 giugno 2026