Uno Bianca
Giovanni Spinosa e Lucia Musti (foto Ansa)
Sono bastati 45 minuti a Roberto Savi per riaprire tutte le infinite storie e piste chiuse, interrotte o abbandonate che si diramano intorno alla banda della Uno bianca.
«Resta una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente. I depistaggi non sono mancati; ma il più insidioso potrebbe essere quello che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare l'enigma dei delitti commessi con le loro armi. Confidiamo nel lavoro della Procura della Repubblica di Bologna», impegnata su una nuova indagine aperta nel 2024 per cercare complici della banda. Sono le parole finali di una lettera scritta al quotidiano “La Stampa” da due ex pm di Bologna. Lucia Musti, attuale procuratrice generale di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza, già presidente dei tribunali di Teramo e Ancona. Il titolo è eloquente: "Le nostre indagini furono ostacolate. Confidiamo nel lavoro dei magistrati". A ispirarla proprio l’intervista di Francesca Fagnani a Roberto Savi, nel programma “Belve crime”. Sia Musti che Spinosa nel 1994, quando la banda fu fermata con gli arresti, erano sostituti procuratori a Bologna e impegnati nelle indagini.
«Le parole di Roberto Savi sono parziali, reticenti e talvolta menzognere; nel 1995 chiamarono in causa figure verosimilmente secondarie nella loro storia; oggi, come allora, possono essere messaggi all'esterno», sostengono i due magistrati. «Quando furono arrestati i fratelli Savi, che rivendicavano la responsabilità esclusiva delle azioni criminali, nutrivamo molti dubbi: nei loro racconti emergevano non poche incongruenze e a volte sembravano ispirati da ricostruzioni artefatte». Ricordano anche un passaggio specifico in cui - ritengono - le ricerche di collegamenti esterni non siano state approfondite sufficientemente; il 3 giugno 1995, quando «la Corte di assise di Bologna assolse gli imputati del primo processo per l'eccidio dei tre carabinieri del Pilastro. Tuttavia, nelle motivazioni, anticipate immediatamente dal giudice a latere, la Corte riteneva plausibile che l'omicidio fosse maturato in un contesto di traffici illeciti, con un coinvolgimento dei Savi e un ruolo marginale degli imputati assolti. La sentenza evocava, inoltre, rapporti dei Savi con la camorra e adombrava la presenza di apparati alle loro spalle».
Poi nella lettera compare un altro nome, Falange armata. Entità che rivendicò molte azioni terroristiche negli anni ‘90, ma la cui natura non è mai stata chiarita. Per i due magistrati non fu un paravento per depistaggi, ma un effettivo gruppo criminale: «È difficile trovare nelle sentenze sui Savi tracce della Falange Armata. Questa formazione aveva anticipato e rivendicato alcuni dei delitti più efferati poi attribuiti alla banda della Uno Bianca, come l’omicidio dell’armeria di Via Volturno a Bologna. [..] il 30 agosto 1991 (Falange armata ndr), spiegò di aver messo “in disarmo” il “commando falangista” che aveva operato in Emilia-Romagna».