la nazionale
Il giornalista del "Corriere della Sera" Massimiliano Nerozzi (foto concessa dall'intervistato)
Per la terza volta consecutiva, gli Azzurri non andranno ai mondiali. La sconfitta di ieri sera, ai calci di rigore con la Bosnia, ha cancellato le speranze di una nazione dove da troppo manca un ritorno nella massima competizione per nazionali. Per Massimiliano Nerozzi, giornalista del "Corriere della Sera" non ci sono dubbi.
Nerozzi, cosa serve per rilanciare oltre che la squadra azzurra anche il movimento del nostro calcio?
«A Coverciano serve una riforma dal basso per cambiare questo sistema clientelare che mima molto la politica italiana. Sarà molto, ma molto difficile ripartire».
Cosa avrebbero dovuto fare gli Azzurri per evitare la disfatta?
«Per evitare l’esclusione avremmo dovuto per lo meno giocare una partita decente. Invece abbiamo optato per il 3-5-2 per restare molto coperti, tant’è che la Bosnia ha dominato la partita, sia come possesso palla, che come ritmo del gioco e conclusioni».
E prima?
«Sul medio periodo avremmo dovuto fare convocazioni diverse. Un esempio su tutti. Se chiami Chiesa e non pensi né a Bernardeschi né a Cambiaghi, significa che non è stata data importanza alle prestazioni in campionato. Come è stato detto in più interviste, si è puntato più sul gruppo, sugli amici e sulle connessioni ma ormai il calcio non funziona più così».
Ci sono delle riforme più strutturali da affrontare?
«Quello che serve, oltre a migliorare il settore giovanile, è una riforma della classe dirigenziale sul fronte dei tecnici, degli allenatori. Perché sono loro a scegliere le squadre e a mettere in campo i giocatori, ad allenarli. All’estero, se non sei stato un grande giocatore puoi diventare un grande allenatore, vedi Klopp e Mourinho. A Coverciano, chi ha giocato in Serie A ha la strada spianata mentre magari bravissimi tecnici in erba fanno molta fatica anche solo a ottenere i patentini».
Cosa significa per l’Italia non andare ai mondiali per la terza volta consecutiva?
«È il sintomo di un movimento che non funziona. Non funziona dalle Giovanili, dove la selezione avviene sempre più per caratteristiche fisiche e non tecniche».
È così anche all’estero?
«No, all’estero se giochi, per esempio, esterno, la prima domanda che ti fanno è: “Sai dribblare?”. In Italia è: “Sai correre?”. Da noi, se non prendiamo in considerazione Bologna, Lazio o Como, vanno di moda gli esterni “a tutta fascia”, un termine osceno per descrivere dei giocatori che devono fare due cose e che alla fine non ne fanno bene nessuna delle due».
Un esempio?
«Lo abbiamo visto con Di Marco in queste qualificazioni. Puntando su giovani come Palestra, si sarebbe potuto fare qualcosa di meglio».
Data la debacle, è il momento per l’Italia di puntare sugli sport minori?
«A dispetto di quello che ha detto il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, gli sport minori poi tanto minori non sono e le sue affermazioni hanno del comico, ancora di più dopo la terza esclusione dal mondiale. Questi sport “minori” vanno ai loro Mondiali, alle Olimpiadi e a tutto il resto, il calcio no».