esteri
Il giornalista e scrittore Enrico Franceschini (foto di Alberto Biondi)
«Penso sia stata sorprendente una seconda elezione di Trump. Forse a una parte degli americani serviva una seconda botta in testa. Spero che l’elettorato si risvegli dopo questo malessere causato da lui, dal disagio economico alle guerre. Auspico una vittoria dei democratici alle elezioni di midterm al Congresso e anche alla Casa Bianca nel 2028. Inoltre, il Partito repubblicano dovrebbe abbandonare l’ondata populista Maga (Make America Great Again, lo slogan del tycoon, ndr) e tornare a essere un classico partito conservatore». Parla chiaro Enrico Franceschini, bolognese, classe 1956, giornalista e scrittore di lungo corso, firma nota di “la Repubblica” e da oltre 40 anni corrispondente in giro per il mondo. Il suo è da sempre uno sguardo attento sulle dinamiche estere, dopo aver cambiato casa una ventina di volte, vissuto in tre continenti e in cinque grandi metropoli, New York, Washington D.C., Mosca, Gerusalemme e Londra, quest’ultima sua attuale casa da più di vent’anni. Tornato momentaneamente a Bologna in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, “Arrivederci Londra”, che avverrà domani sera in Salaborsa, è stato ospite questa mattina nella redazione di Incronac@, testata del Master in Giornalismo dell’Alma Mater. Un’occasione per discutere coi giornalisti praticanti delle varie vicende geopolitiche che tengono impegnate le prime pagine di tutte le testate internazionali.
Le sue riflessioni partono appunto dall’America, primo Paese straniero che ha calpestato per tanti anni dopo aver lasciato la sua Bologna, prima girando lungo le strade di New York, poi lungo quelle di Washington, cuore pulsante del potere statunitense. Sulle mosse del Presidente Donald Trump, soprattutto ora a proposito della guerra dichiarata alla teocrazia iraniana, e sulla deriva populista alla Casa Bianca, il suo pensiero non lascia dubbi: «Raramente i populisti riescono a mantenere ciò che promettono. Purtroppo sono la risposta, oggi, a una più vasta crisi che prende da tempo l’Occidente. La gente è arrabbiata, c’è instabilità economica e sociale, si dà la colpa all’immigrazione, capro espiatorio per eccellenza, ma la vera ragione dei mali occidentali sono più la globalizzazione e la deindustrializzazione».
Dagli Stati Uniti al suo avversario numero uno, la Russia. Altra nazione in cui Franceschini ha vissuto, al tempo dell’Unione sovietica. Per tale motivo un giudizio sul presidente Vladimir Putin è immancabile. «C’è un declino economico in Russia, e soprattutto c’è tanto scontento, ai russi non piace essere chiusi dentro i loro confini, isolati per colpa della guerra in Ucraina. Prima del conflitto erano un milione e passa i turisti russi che venivano in Italia, e non parliamo di gente ricca, ma della classe media. Se la guerra perdurerà, o Putin lo faranno fuori i suoi con un golpe oppure si attenderà la morte naturale».
Perché non dare uno sguardo da vicino alla situazione in Medio Oriente, data la svolta "estremista" del governo di Israele con Gaza. Svolta che per Franceschini – che conosce bene quel territorio, che perde sangue da decenni – non è affatto inarrestabile, in quanto «basterebbe cambiare primo ministro. Benjamin Netanyahu continua con queste guerre perché cerca di far dimenticare al popolo israeliano il 7 ottobre. Quel giorno in cui sono morti migliaia di civili e militari israeliani lui, che era di nuovo in testa al governo, dov’era? Cosa non ha funzionato? Ciò mi chiedo, dato che non sono un cospirazionista e non credo all’ipotesi circolante, ma priva di fondamento, delle “porte aperte” a favore di Hamas».
Un passaggio all’universo british è d’obbligo, un universo nettamente mutato a causa della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, concretizzata dal Partito conservatore. «Oggi l’Inghilterra sembra molto l’Italia della Prima Repubblica, ha cambiato diversi primi ministri in pochi anni, da quel giugno 2016 del referendum sulla Brexit, che ha vinto con una maggioranza risicata. Persino la famiglia reale è in crisi, con la morte della regina Elisabetta II nel 2022, re Carlo malato di tumore e il coinvolgimento del principe Andrea nello scandalo sessuale Jeffrey Epstein». Attualmente al governo ci sono i laburisti di Keir Starmer, ma sta prendendo sempre più piede il partito euroscettico Reform di Nigel Farage, uno dei promotori della Brexit. Mancano ancora tre anni alle elezioni politiche, e c’è l’eventualità, forse, «che pure i britannici si prendano una seconda botta», dice ironico Franceschini.
Non mancano nemmeno previsioni sul futuro, nella fattispecie su due questioni sul tavolo, le isole Taiwan e Cuba. Sulla prima Franceschini ritiene possa avvenire più una sorta di assimilazione anziché una terza guerra d’invasione da parte della Cina di Xi Jinping, il quale sembrerebbe più cauto e analitico. «Non dimentichiamo che preme molto a Taiwan il partito filo-Pechino, e in più il Paese è produttore del 90% dei semiconduttori usati nel mondo. La vicenda dunque è troppo delicata per una guerra che inguaierebbe il mondo».
Anche per la seconda isola, quella caraibica, lo scenario di un conflitto scatenato dagli Usa appare alquanto improbabile secondo Franceschini. Almeno al momento, vista comunque «l’imprevedibilità di Trump. Cuba ha circa 9-10 milioni di abitanti, c’è sì uno scontento verso il regime, ma se gli Stati Uniti invadono, c’è il rischio di una guerra civile. È più probabile il permesso all’America di fare investimenti sul territorio, comprare anziché invadere».
Insomma, la visione di Enrico Franceschini della nostra contemporaneità è precisa e dettagliata, sintomo di un’esperienza sul campo di alto livello, una preparazione che non dimentica di tener conto anche delle mosse del governo italiano e della sua percezione all’estero. «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, prima del referendum sulla giustizia aveva una discreta reputazione nella Ue, ha tenuto una linea pro-Ucraina, più o meno una linea europea pro-Gaza e per un certo tempo ha dato l’impressione di essere una buona ambasciatrice tra Trump e l’Europa. Adesso la sua reputazione è peggiorata, grazie alle gaffe di alcuni suoi ministri e alla batosta del referendum. I campanelli d’allarme sui giornali stranieri si sentono. Ricorda molto Renzi e il suo referendum del 2016 in tal senso. Entrambi hanno voluto cambiare troppe cose».
Non resta dunque che attendere i prossimi svolgimenti del panorama politico internazionale, che verrà sempre studiato, giornalisticamente parlando, da grandi personalità del mestiere proprio come Franceschini, sempre in viaggio, sempre con la valigia in mano.