Solidarietà

L'immagine di una cena in Santa Caterina ad opera della Caritas di Bologna (foto concessa dalla Fondazione San Petronio)

«La mensa di Santa Caterina non può gestire tutto da sola, servono nuove strutture e delocalizzare la richiesta di pasti pronti. Tra gennaio e marzo avevamo fino a 250 persone ogni sera, troppe. L'allarme è scattato dopo una lite in strada nella quale si sono presi a bottigliate. Ora siamo ripartiti, ma il problema è lontano da essere risolto». Beatrice Acquaviva, vicedirettrice della Caritas di Bologna,  racconta a InCronac@ come sta cambiando la struttura che ogni sera, tra le 17.30 e le 19, accoglie centinaia di bisognosi. 

Chi gestisce la mensa di Santa Caterina e come garantite ora la sicurezza? 

«La mensa è gestita dalla Fondazione San Petronio, che è il braccio operativo della Caritas e impiega ogni sera quattro dipendenti. Sono presenti inoltre dai 10 ai 15 volontari - che non sono sempre gli stessi - per un totale di una ventina persone.  In questa fase danno una mano anche dipendenti dell'arcidiocesi, due guardie giurate e due persone di Piazza Grande».

Quante persone in media vengono a mangiare la sera?

«Tra gennaio e marzo prima del trasferimento alla Barca - dove per 40 giorni si era spostata la mensa della Caritas - accoglievamo fino a 250 persone. Questo comportava una pressione numerica tale da portare ad episodi di aggressività e violenza di difficile gestione. Era diventata una situazione insostenibile, e da questo è nato l’appello di don Prosperini alle istituzioni».

Qual è stato l’episodio che ha fatto suonare l’allarme?

«A metà dicembre, durante un diverbio fuori dalla Caritas, è partita una bottigliata tra i litiganti. Ci siamo resi conto che era necessario un intervento per tutelare la sicurezza di operatori, volontari e utenti. Dopo un incontro con altre mense cittadine, con le quali condividevamo gli stessi problemi, abbiamo chiesto un confronto con il Comune e le istituzioni».

Quanto è complicato gestire certi momenti di tensione?

«Se in un’ora e mezza entrano 250 persone, molte delle quali a noi sconosciute e che presentano magari comportamenti altamente imprevedibili, diventa molto difficile - se non impossibile - creare il clima di fraternità e relazione che è obiettivo della Caritas».

I residenti lamentano una situazione di disagio che va avanti da anni. C’è dialogo con loro?

«Certamente. Il dialogo con loro è in corso da tempo, ancor prima dell'ultimo confronto in aprile. Sappiamo che non siamo una realtà semplice da avere accanto, e abbiamo ascoltato con attenzione le loro istanze. Comprendiamo la loro posizione e proprio per questo abbiamo chiesto alla Questura di avere una maggiore presenza di forze dell’ordine sul posto».

La risposta?

«Ci è stato detto di chiamare quando c’era bisogno e di denunciare, ma avere una pattuglia che passi con frequenza è difficile. C’è un comitato cittadino dell'ordine pubblico che valuta caso per caso i luoghi dove dislocare le pattuglie. Noi come Caritas abbiamo fatto il possibile, denunciando tutto ciò che accadeva per aumentare il cosiddetto rating di sensibilità della zona».

Alcuni residenti propongono di spostare la mensa in altri luoghi della città. Cosa ne pensa?

«Non prendo neanche in considerazione idee di questo tipo perché non sono realistiche. Gli argomenti seri sono altri. Chi viene qua sono cittadini bolognesi, dunque è un problema che non è solo della Caritas o di chi abita in via Santa Caterina, ma che riguarda tutti».

Come funziona l’accesso alla mensa e cosa è cambiato rispetto al passato?

«Oggi occorre presentare la tessera rilasciata dal nostro centro d’ascolto. Il tetto massimo che ci siamo dati è di 150 persone a cui riusciamo a dare un pasto caldo ogni sera. Il senso del colloquio e della consegna della tessera non è però una solo una questione di numeri. Altrimenti daremmo da mangiare ai primi 150 che arrivano e dei restanti chi se ne frega. La logica della Caritas è sempre stata quella dell'accompagnamento. Questo sistema c’era anche prima, ma facevamo molte eccezioni. C’erano diverse persone violente, sotto l’effetto di sostanze, alle quali era complicato negare l'ingresso nonostante la security. Ora siamo molti di più alla porta d’entrata, così da essere più efficaci nell’assicurare nel tempo le regole stabilite. Anche se ancora oggi è difficile tenere fuori la ventina di persone che vogliono entrare nonostante siano sprovviste della carta della Caritas».

Il Comune vi ha chiesto di capire chi sono i frequentanti delle mense. Cosa è emerso?

«Incrociando i dati con l’Antoniano, con le Cucine Popolari e le altre strutture cittadine, le sovrapposizioni tra chi mangia sia a pranzo che a cena in mensa sono meno del 10%. Inoltre meno del 20-25% dei nostri ospiti frequenta i centri d’accoglienza. È questo il dato più importante, la maggioranza delle persone che usufruiscono delle mense cittadine è sconosciuta ai servizi». 

Si tratta prevalentemente di senza fissa dimora?

«Assolutamente no, in Santa Caterina abbiamo avuto anche tanti studenti universitari che avevano perso la borsa di studio e non sapevano dove mangiare. Lo scorso inverno la mensa era piena di lavoratori dei cantieri del tram occupati in ditte in subappalto. Oppure tossicodipendenti in contatto con i servizi di prossimità. Lo spettro è molto ampio. Queste persone non vanno ai servizi sociali, però la sera hanno comunque bisogno di un piatto di pasta».

L’assessora Matilde Madrid ha annunciato un piano per arrivare a garantire il pasto a 340 persone nelle proprie strutture. Che rapporto c’è con il Comune e cosa serve ancora fare?

«Con il Comune c’è un dialogo e una collaborazione costante. Non si tratta di una situazione che si può risolvere da un momento all’altro. Ci sono tante persone che non sono in grado di stare in un contesto come una mensa e hanno bisogno di un posto destrutturato - magari un tendone, o comunque un locale ampio con spazi aperti - dove comunque possono ricevere un pasto. Poi bisogna capire come gestire i flussi: le persone non si distribuiscono da sole in vari punti. Serve qualcuno che le indirizzi sistematicamente».

Insomma la Caritas di Santa Caterina non può gestire tutto da sola. Quante nuove strutture simili servirebbero?

«Almeno altre due in città, così da delocalizzare la richiesta di pasti in unico posto. Vero, Bologna è una città molto solidale verso il prossimo, ma la risposta a un problema strutturale non può arrivare da iniziative improvvisate. Servono misure di intervento sociale ragionate e un piano a lungo termine».