L’intervista

Gianpiero Calzolari (foto di Paolo Pontivi)

 

In diciassette anni, il fatturato di Granarolo è più che raddoppiato, la produzione triplicata e i lavoratori quasi decuplicati. Il presidente uscente Gianpiero Calzolari, dimessosi lo scorso 21 aprile per sopraggiunti limiti di età, ripercorre le tappe che hanno reso la più grande filiera italiana del latte un colosso internazionale, con il 40% di export, in unintervista esclusiva a InCronac@. Oggi Granarolo conta 24 stabilimenti, di cui ben 9 all’estero, e oltre a restare un leader nel mercato nazionale del latte fresco, vende in tutto il mondo le eccellenze casearie italiane, dopo aver acquisito in questi anni molti storici stabilimenti di prodotti Dop, come il Parmigiano Reggiano e il Gorgonzola. Tra i primati nel mercato extra-europeo, l’azienda è ora il principale esportatore di mozzarella in Corea e di mascarpone in Cina.


Com’è cambiata Granarolo durante la sua presidenza?

«Quando sono arrivato io, diciassette anni fa, Granarolo faceva 700 milioni di fatturato e aveva qualche centinaio di dipendenti. Era già una grossissima azienda all’interno del panorama nazionale. Oggi, invece, ci lavorano poco meno di tremila persone, il fatturato sta sfiorando i 2 miliardi e il piano industriale li supererà abbondantemente. In questi anni la nostra crescita dimensionale è andata di pari passo con quella del gruppo dei nostri allevatori e queste sono le premesse per migliorare ulteriormente».

 

E in termini di produzione qual è stata l’evoluzione?

«All’epoca raccoglievamo 300mila tonnellate di latte, oggi ne raccogliamo quasi un milione. A riprova che non solo il nostro gruppo ha aumentato la sua capacità industriale e commerciale, ma anche gli allevatori sono potuti crescere, passando attraverso un cambio generazionale».

 

Però il consumo di latte in Italia è in calo da decenni, come avete fatto a crescere?

«È vero, noi italiani il latte lo beviamo principalmente da bambini o da vecchi. Poi ci sono le intolleranze e i cambiamenti delle abitudini alimentari, come nel caso dei nuovi italiani. Avendo percepito per tempo questo cambiamento, abbiamo spostato molto l’attenzione sulla trasformazione. Se prima il 70% del latte finiva in bottiglia o nei cartoni, ora il 70% del latte diventa yogurt, formaggio o altro derivato».

 

Ma voi siete prima di tutto uno storico produttore di latte.

«Sì, qualche anno fa abbiamo abbandonato la dicitura “Latte Fresco Alta Qualità”, un’icona che avevamo contribuito a inventare nel 1992. Ma che è rimasta legata a una normativa di oltre trent’anni fa, che stabilisce un limite di durata del prodotto (6 giorni) senza tener conto dell’evoluzione tecnologica avvenuta in questo lasso di tempo. Oggi, per come viene prodotto in stalla, trasformato e conservato al fresco dura molto di più. Pertanto abbiamo creato un latte da frigo che si conserva più a lungo, recuperando il primato in Italia. Se si innova, ci sono gli spazi per tenere ancora le storiche posizioni».

 

Diceva che avete diversificato la produzione, cosa producete oggi?

«Prima facevamo latte, mozzarella e yogurt, ora produciamo anche il Parmigiano Reggiano, il Gorgonzola, lo Stracchino, il Caciocavallo silano, la Burrata pugliese e altri formaggi. Insomma, abbiamo aumentato di gran lunga anche il portafoglio dei prodotti, acquisendo storici stabilimenti produttivi in tutta Italia. Per il Parmigiano Reggiamo siamo andati a Castelfranco, per il Gorgonzola a Novara, mentre per i prodotti di bufala siamo scesi in Lazio, a Latina».

 

Per quale motivo?

«Ci siamo resi conto che il mercato del latte liquido era di fatto saturo. I consumi del latte fresco in Italia sono stazionari, i produttori sono molti e quindi la competizione molte volte si gioca solo sul prezzo. E così abbiamo iniziato a guardare alle eccellenze italiane e a espanderci sul territorio nazionale. Quando sono arrivato io, avevamo 6 stabilimenti, ora ne abbiamo 15 in Italia, più 9 all’estero. Praticamente, una volta il mercato era tutto nazionale, mentre adesso è globale: vendiamo in Europa e in diverse aree del mondo. Per esempio, siamo i primi esportatori in Corea di mozzarella, mentre in Francia siamo il primo operatore italiano. A un certo punto l’estero è diventata una scelta, non dico obbligata, ma strategica». 

 

Come avete fatto a imporvi nel mercato straniero?

«Abbiamo una forza che per molti è difficile da trovare: una nostra rete distributiva. Culturalmente le cooperative come la nostra sono quasi sempre dei soggetti locali, ma abbiamo capito che per crescere all’estero dovevano avere dei nostri distributori, anziché affidarci a un importatore. E così abbiamo cercato di fare aggregazioni, abbiamo comprato decine di aziende piccole e grandi e poi ci siamo riorganizzati. Per avere successo fuori dall’Italia bisogna saper interpretare i gusti dei consumatori stranieri».

 

Per esempio?

«Beh, qui a Bologna è normale avere in frigorifero una punta di Parmigiano Reggiano. Ma in Cina è inutile portarlo, non funziona. Lì abbiamo invece portato il mascarpone, di cui siamo oggi i principali esportatori, perché il tiramisù è diventato il dolce nazionale cinese. E così abbiamo creato un mercato assecondando la cultura di quel Paese».

 

Chiudiamo con una nota biografica. Qual è un episodio che si porta a casa di questi anni?

«La nostra prima acquisizione di quand’ero presidente, quella della Lat Bri, un’azienda che produceva mozzarella. Era un nostro fornitore, in grosse difficoltà. Dopo averlo rilevato, abbiamo comprato il suo distributore francese e da lì è partito il meccanismo di espansione. Così è iniziata la nostra nuova stagione».

 

E invece una cosa che avrebbe voluto fare?

«Comprare Parmalat (ride, ndr). Non abbiamo fatto in tempo, i francesi hanno concluso l’accordo il giorno dopo».