Verso il Voto
Augusto Barbera e Giovanni Bachelet (foto di Paolo Pontivi)
Dopo un'ora di stoccate fra Giovanni Bachelet, presidente del Comitato della società civile per il "No" al Referendum costituzionale sulla giustizia, e Augusto Barbera, Presidente emerito della Corte costituzionale e sostenitore del "Sì" alla riforma, la sensazione è che nessuno dei due abbia davvero convinto gli indecisi. La dichiarazione d'intenti degli organizzatori – Rete di Trieste, Rete Bianca e Istituto regionale De Gasperi Bologna – era ambiziosa fin dal nome scelto. Al convegno «riforma della Giustizia sì o no. Ragioni a confronto» il duello fra i capofila dei due schieramenti ieri sera è arrivato alla prova del pubblico. Non è stato un vero dibattito, i due non hanno praticamente mai intavolato un botta e risposta, ma i colpi – tirati sempre con la correttezza della punta di fioretto, mai di sciabola - sono comunque arrivati e con essi le reazioni della platea.
Al Veritatis Splendor c'è il pienone, 200 persone di cui almeno una cinquantina in piedi o assiepate all'ingresso della sala e quando termina il match è tutto un coro di «uno entrava nel merito, l'altro argomentava meglio – non è dato sapere chi dei due e probabilmente le risposte sarebbero cambiate da persona a persona – È stato interessante ma alla fine sono più confuso di prima». Se si assegnasse la vittoria ai punti probabilmente il fronte del "No" ne uscirebbe vincitore con due applausi strappati da Bachelet a zero, ma il dato resta l'incertezza del pubblico e racconta molto del clima in cui si sta sviluppando il dibattito sul referendum di marzo.
Da un lato c'è l'appello al merito della questione di chi sostiene il "Sì", con Barbera che cerca fin dalle prime battute di non farsi associare a questo o a quel partito: «Non sono militante del "Sì", ho semplicemente fatto una dichiarazione dicendo cosa avrei votato» e argomenta cercando di declinare la sua posizione senza tradire la sua storia politica fra Pci e progressisti in generale. «Mi interessa la norma, non chi l'ha scritta. Tanti ragionavano così anche con il referendum di Renzi e io ai tempi votai sì anche se finora l'ho detto solo ai miei famigliari, perché pensavo fosse una buona riforma a prescindere dalla firma che portava».
La risposta di Bachelet almeno in partenza accetta il terreno del confronto e parte, appunto, dal merito per allargare poi lo sguardo alla politica in generale. «La mia opposizione parte proprio da quello che è scritto nel testo della riforma, penso che basti quello a dire "No". È un dito nell'occhio gratuito ai magistrati dire che non sarebbero degni di eleggere i propri rappresentanti perché le correnti rappresenterebbero un cancro. Solo Almirante nel 1971 aveva detto una cosa simile riguardo al sorteggio». Primo applauso.
Il confronto a distanza diventa anche corpo a corpo quando Barbera attacca alcuni nomi del fronte del "Sì": «Saviano dice che la lotta alla mafia verrebbe indebolita, ma che senso ha? Solo perché l'ha detto lui vale l'ipse dixit? E poi c'è una rete televisiva particolarmente attenta ad attaccare il governo – Bachelet interviene pronto: "Forse l'unica". Secondo applauso – dove viene spesso detto che il presidente della Repubblica perderebbe dei poteri ma non è vero, si troverebbe a presiedere due collegi al posto di uno».
Bachelet non lascia cadere la provocazione e ribatte: «Il Presidente della Repubblica presiederebbe sì due collegi ma non quello più importante, quell'Alta Corte disciplinare che si vorrebbe introdurre e che non esiste in nessun altro ordinamento, neanche in Portogallo dove ci sono separati i due Collegi, e che potrebbe fare pressione sul lavoro dei magistrati».
Quando ci si avvicina agli slogan i toni del confronto si fanno più alti, più impegnati. Barbera tira la prima stoccata dicendo di votare "Sì" per estremo rispetto nei confronti della Costituzione e dell'espressione del voto popolare e accusa il fronte del "No" di offrire argomentazioni che «valgono solo nell'era della post verità» perché evocherebbero dei timori su ciò che potrebbe succedere se la riforma venisse approvata senza promuovere ragionamenti – ancora una volta – sul contenuto. Parata e risposta di Bachelet che chiama in causa il bilanciamento fra i diversi poteri: «È una chiave della cassaforte che è stata data dai costituenti ai cittadini che potrebbero non averla più. Non è possibile che per i magistrati si parta dalla presunzione di delinquenza e per i politici da quella di innocenza. È vero che ci sono stati degli scandali fra cui quello di Palamara ma è ancora peggio cercare il pretesto per togliere ai cittadini il controllo ultimo del metodo democratico».
Durante il dibattito la mimica dell'uditorio mischia i tratti distesi del sollievo di vedere confermate le proprie opinioni dall'argomentazione di turno alle sopracciglia aggrottate in segno di disapprovazione. In platea ci sono anche numerosi giovani - dove per numerosi si intende comunque non più del 10-15 per cento del totale - e, secondo l'introduzione di Nicola Caprioli di Rete Bianca, l'incontro è dedicato proprio a loro perché «se le maggioranze cambiano, la Costituzione resterà anche in futuro». Gli applausi ai passaggi di Bachelet farebbero pensare che la Costituzione potrebbe sopravvivere almeno a questa di maggioranza, ma a poco meno di un mese dal voto, resta a molti l'impressione di essere «più confusi di prima».