il quindici

Una delle sale della Biblioteca dell’Archiginnasio (foto di Giorgio Bianchi)

 

Entrare oggi nella Biblioteca dell’Archiginnasio non significa solo varcare la soglia di uno dei palazzi più belli d’Italia, ma entrare in un luogo dove la memoria è al centro di tutto. Fino alla metà del XVI secolo, l’Università di Bologna non aveva una sede unica. Le lezioni si tenevano in case private, conventi o locali affittati sparsi per la città.

Fu il cardinale Carlo Borromeo, tra il 1562 e il 1563, a dare una svolta decisiva: commissionò all’architetto Antonio Morandi, detto il Terribilia, la costruzione di un palazzo che potesse finalmente riunire sotto lo stesso tetto le due grandi scuole dell’epoca: quella dei Legisti (diritto civile e canonico) e quella degli Artisti (medicina). Se le mura raccontano la gloria dell’Università di Bologna, il lavoro quotidiano che si svolge dentro le sfarzose mura ornate da più di 6000 stemmi, racconta una storia diversa: quella della conservazione come atto di resistenza contro il passare del tempo. La gestione moderna dell’Archiginnasio ha invertito le priorità: l’edificio non è più una sede universitaria, ma ospita la Biblioteca dell’Archiginnasio, la più importante Biblioteca comunale d’Italia. Qui il libro è il padrone di casa. Tutte le regole, procedure e norme di comportamento che nel tempo sono state istituite hanno un unico scopo: quello di preservare i testi che da secoli vengono custoditi.

La responsabile del settore manoscritti rari e Gabinetto dei disegni e delle stampe della Biblioteca, Clara Maldini, lo ribadisce con i fatti: «Il comfort del personale è secondario rispetto alla salute dei libri». In ogni sala storica e deposito sono disposti dei data logger, dei piccoli sensori che monitorano temperatura e umidità 24 ore su 24. Per garantire la conservazione di carta e pergamena, la temperatura è mantenuta costantemente intorno ai 20-21°C. Questo significa che archivisti e bibliotecari lavorano spesso non potendo regolare la temperatura del termostato, accettando le condizioni climatiche come condizione necessaria per la sopravvivenza dei volumi. «Ogni mese – spiega Maldini - la restauratrice scarica i dati e analizza l’andamento climatico, fornendo indicazioni precise per tarare gli impianti». Questo è l’unico modo di fare prevenzione per l’immenso patrimonio librario.

Oggi, andare all’Archiginnasio significa confrontarsi con una visione moderna e quasi olistica della conservazione. «Non si può comprendere il pensiero di uno studioso senza analizzare il legame fisico tra i libri che leggeva e le carte che scriveva» tiene a precisare la responsabile. È il caso del celebre Fondo Arcangeli: qui i volumi della sua libreria personale sono stati fondamentali per ricostruire la genesi delle sue perizie d’arte conservate nell’archivio. Questa simbiosi intellettuale è il cuore della nuova politica di acquisizione. «Quando entra un nuovo dono, la biblioteca non cerca solo la libreria, ovvero i testi a stampa, ma l’intero archivio documentario – spiega Maldini –. Il risultato è avere testimonianze uniche della vita biografica di enti e persone».

Un esempio può essere considerato il tesoro iconografico che spazia dai progetti monumentali di Pelagio Palagi alle foto dei bombardamenti del 1944. Cercando tra questi si possono trovare anche delle mappe che raccontano l’evoluzione urbanistica di Bologna. Gestire un tale gigante di carta non è solo una questione di catalogazione ma è una sfida quotidiana fatta di tecnologia, sicurezza e un pizzico di resistenza fisica da parte di chi ci lavora. I locali che ospitano i materiali più preziosi sono allarmati e protetti da protocolli che fanno pensare a quelli di una banca. L’accesso ai depositi è limitato a un numero ristretto di funzionari. Persino figure apicali di altri settori potrebbero non avere il permesso di varcare quelle soglie se non strettamente autorizzate. Questo rigore si riflette anche nella sala dei manoscritti rari. Via i vecchi guanti di cotone bianco.

«Per i manoscritti non si usano leggii rigidi ma appositi cunei di supporto che assecondano l’apertura naturale della legatura, impedendo che il volume venga forzato a 180 gradi» spiega ancora. Di assoluta importanza è il fondo iconografico di Pelagio Palagi, che rappresenta forse la sfida più ambiziosa affrontata recentemente dalla Biblioteca. «Acquisito nel 1860, l’immenso patrimonio di disegni e progetti è rimasto per lungo tempo in uno stato di fragilità estrema. Molti disegni – prosegue Maldini – erano inconsultabili, ripiegati all’interno di cassettiere o conservati in rotoli che, a ogni tentativo di apertura, rischiavano di sbriciolarsi».

La svolta è arrivata con il progetto Restart, del Comune di Bologna che ha permesso un meticoloso lavoro. Qui il restauro si è fatto ingegneria. Ci spiegano: «Per i disegni monumentali, come i progetti in scala 1:1 della cancellata del Palazzo Reale di Torino che sono lunghi fino a tre metri, la restauratrice ha ideato grandi parallelepipedi in cui i fogli sono mantenuti sospesi, arrotolati attorno ad anime di materiale neutro. Per quelli che non dovevano essere arrotolati ma superavano le misure standard sono state progettate scatole in materiale leggero e resistente, dotate di cassetti interni», per evitare che il peso dei fogli sovrapposti danneggiasse le fibre della carta.

A rendere ancora più affascinante la storia del fondo Palagi è stato un ritrovamento nelle soffitte. In passato, alcuni pezzi delle acquisizioni erano andati perduti in vari angoli del palazzo. «Proprio tra le capriate del sottotetto – racconta la responsabile – è stato recuperato un disegno preparatorio, gemello di un altro conservato presso la direzione». Oggi, un simile scenario sarebbe impossibile: i moderni protocolli impongono che ogni lavoro ritrovato venga immediatamente ricongiunto al proprio fondo d’origine, seguendo criteri di archiviazione ben precisi.

La conservazione fisica, per quanto impeccabile e indispensabile può fare affidamento su un alleato fondamentale: la digitalizzazione. L’Archiginnasio ha adottato una politica di “predilezione digitale” per limitare l’usura meccanica degli originali. Il patrimonio iconografico è oggi accessibile attraverso due portali d’eccellenza. Uno è Arbor, la biblioteca digitale interna che ospita circa l’80% del materiale del Gabinetto Disegni e Stampe, incluse le preziose foto dei bombardamenti e la cartografia storica. L’altro si chiama Imago ed è portale regionale dedicato specificamente alle incisioni e alle stampe, arricchito da schede catalografiche analitiche. Questa sostituzione digitale non è una barriera, ma uno scudo. La consultazione del pezzo fisico non è negata, ma deve essere supportata da solide motivazioni di studio. Se lo scopo è puramente iconografico, lo schermo ad altissima risoluzione consente spesso di vedere dettagli superiori a quelli visibili a occhio nudo, preservando l’originale per le generazioni future. Mentre per i manoscritti antichi la sfida è chimica e fisica, per i fondi contemporanei (come quelli di Arcangeli, Anceschi o Viganò) la sfida diventa giuridica. La gestione degli archivi del Novecento deve fare i conti con la privacy e il diritto d’autore. In questi casi, il bibliotecario si trasforma in un mediatore legale: prima di concedere la riproduzione o la pubblicazione di carteggi e documenti privati, è spesso necessario rintracciare gli eredi per ottenerne l’autorizzazione formale. È un lavoro di pazienza e diplomazia che garantisce che la diffusione del sapere non calpesti i diritti dei singoli.

 

L'articolo è tratto dal n. 19 di "Quindici" del 7 maggio 2026