il ricordo
L'ex prorettore Unibo Angelo Varni (foto Ansa)
A un giorno dall’addio del mondo accademico e delle istituzioni a Fabio Roversi Monaco, “il principe dei rettori”, alla guida dell’Alma Mater per quindici anni, è Angelo Varni – suo amico e tra i vari incarichi professore emerito di Storia contemporanea, prorettore dal 1996 al 2000, già direttore della Scuola superiore di giornalismo di Unibo, precedente versione del Master – a prendere la parola e raccontare le gesta e i meriti di un rettore, giurista, mecenate che ha davvero segnato un’epoca a Bologna. Una personalità unica nel panorama culturale della città, in grado di accomunare conoscenza, insegnamento e ricerca in favore di lustro e competenza.
Professore, lei Roversi Monaco lo conosceva da diverso tempo, un legame nato tra i corridoi di Palazzo Poggi. Quale ricordo conserva?
«Ho tanti ricordi personali di lui, ricordi legati proprio agli anni passati “sul campo”, alle cose fatte insieme per l’Alma Mater, a livello strutturale, di insegnamento e di ricerca. Conservo di lui la reciproca stima, l’affetto, il lavorare con serenità e sempre col piacere di costruire qualcosa di nuovo».
Se dovesse fare un esempio dell’immensa eredità che Roversi ha lasciato alla città, lei cosa sceglierebbe?
«Tutti gli esempi sono buoni e concreti, come la ristrutturazione di edifici storici poi diventati sedi dell’ateneo, dall’Aula Magna in Santa Lucia, dove ieri si sono tenute le esequie laiche, a San Giovanni in Monte, ex convento, ex carcere e adesso dipartimento universitario. Ci sono pure gli effetti legati alla firma della Magna charta universitatum, documento del 1988 voluto da Roversi Monaco che ha il suo fondamento nel concetto di un’università libera e autonoma da ogni potere esterno a essa».
E c’è la questione delle sedi in Romagna, che avete aperto insieme.
«Sì, il decentramento in Romagna è un altro aspetto del suo lascito. Un progetto messo in atto affinché l’Unibo avesse sedi e dipartimenti in quattro città romagnole, tipo Ravenna, in nome di una organizzata città universitaria sparsa sul territorio regionale. Qualcosa che non si sarebbe potuto realizzare senza la grande collaborazione delle istituzioni locali».
Parliamo di un uomo che è riuscito a dialogare negli anni con tutte le parti politiche, attivandosi sempre nell’interesse di Bologna.
«Era una figura istituzionale, ben conscio del suo ruolo, quindi sì, era in grado di dialogare con tutti».
Bologna come dovrebbe ricordare concretamente una persona del calibro di Roversi Monaco?
«Sono molte le modalità, le più comuni sono quelle che vengono fatte quando muore un grande, l’intitolazione di una via, di una piazza, di un edificio. Su tale tema devono decidere l’università e il Comune. La cosa migliore sarebbe ricordarlo immaginando in suo onore un futuro nuovo per l’ateneo. Ma è difficile, ci vogliono le risorse, energie umane e materiali. Roversi Monaco, a suo tempo, pensò un modello accademico diverso, al passo. D’altronde, il mondo cambia in continuazione, c’è sempre bisogno di un aggiornamento di visione».
Quindi in sostanza un’aula o una via non bastano, servirebbe qualcosa di più corposo.
«Roversi merita un’intitolazione più vasta, in base a ciò che ha fatto. Non è facile, ma occorrerebbe rendergli davvero omaggio muovendo l’università verso le grandi sfide del futuro. Un palazzo o una via sono robe facili».