rappresentazione

dieci modi per morire felici

Luca Mammoli al centro della scena di “Dieci modi per morire felici” (foto di Camilla de Meis)

 

Il personale dell’Arena del Sole s’assicura che ogni spettatore riceva un bigliettino prima di entrare nella sala “Thierry Salomon”, e che non lo perda di vista. Così il teatro si riempie di persone che si rigirano tra le mani un misterioso foglietto con scritto sopra un numero che va da 1 a 170. “Dieci modi per morire” inizia così, molto prima che l’unico attore presente sul palco prenda parola per chiedere a chi è in sala di partecipare al gioco (travestito da spettacolo).

Al centro della scena c’è un corso d’acqua e tutt’intorno sono sistemate delle sedute, occupate di lì a breve da alcuni degli spettatori, estratti casualmente grazie al numero che fregia il bigliettino che ciascuno ha ricevuto. I prescelti hanno la possibilità di giocare insieme all’altro protagonista della pièce, Luca Mammoli, che li interpella chiedendo loro di scegliere un nuovo nome. Per ognuno è disposta una caratteristica, sia essa bellezza, ricchezza, o povertà. Come la vita assegna a ognuno uno spazio e un luogo in cui iniziare la propria esistenza – sulla base di chissà quale criterio – allo stesso modo la presenza immateriale di un generatore automatico di risposte affida agli spettatori gli ingredienti della propria anima.

Quando si ritrovano tutti in circolo, allora è lì che il teatro-gioco mostra tutta la sua genialità e bizzarria. Ognuno dispone di una quantità di energia, rappresentata da fiorellini bianchi; proprio questi ultimi finiscono in quel corso d’acqua ogni volta che il generatore di risposte segna il passaggio di un anno. Se un fiore corrisponde a un anno biologico, un fiore serve anche a quantificare l’energia impiegata per affrontare le consuete avversità della vita che – sovente – portano al successo. Ma come nella vita vera, non sempre è questione di abilità quanto di fortuna.

Le sfide a cui sono chiamati gli spettatori sono assegnate sulla base di un nòmos che in una società distopica, o nella lettura del drammaturgo Emanuele Aldrovandi, corrisponde al fantomatico generatore di alternative. Gli anni (e il tempo in sala) passano; dall’infanzia si arriva all’adolescenza fino all’anzianità e a mano a mano c’è chi rimane indietro perché quei fiorellini li ha già consumati. Il senso profondo dello spettacolo concerne quanto si è stati felici durante l’intero percorso; non l’età raggiunta, o il successo, o – meglio – non solo.

Oltre ai fiorellini, ogni adepto ha un indicatore della propria felicità; vince il gioco solo chi riesca a conservare fino all’ultimo un certo grado di gioia, indipendentemente dagli accadimenti, casuali o volontari, della vita. Non è così semplice come sembra. Al debutto di “Dieci modi per morire”, all’Arena del Sole, a vincere non è stato né il più bello, il più ricco o il più povero. Le caratteristiche assegnate all’inizio della nuova vita (teatrale) hanno costituto un sostrato ma non sono state tutto; come non si è dimostrato abbastanza l’aver tagliato traguardi professionali che in una società come questa paiono perfino impossibili da immaginare.

L’esempio di teatro-gioco vuole dimostrare come la felicità sia l’unica ambizione a contare, l’unica per la quale vale davvero un dispendio d’energie. E “Dieci modi per morire” riesce perfettamente nell’intento, sebbene verso la fine della performance s’avverta tutta la lunghezza di una vita e di chi – con la vita – è alle prime armi. Chi, in ogni caso, fosse abbastanza audace da mettere tutto (per davvero) in discussione ha tempo fino al 22 marzo, ultima data utile per prenotarsi allo spettacolo all’Arena del Sole.