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Il Compianto di Niccolò dell’Arca nel complesso monumentale di Santa Maria della Vita (foto di Elettra Bastoni)

 

Era il 2003 quando Fabio Roversi Monaco concepì un nuovo modo d’intendere il museo a Bologna. L’ex rettore dell’Alma Mater e l’allora presidente della Fondazione Carisbo voleva trasformare il cuore del centro cittadino in un percorso museale, le cui arterie sarebbero state diverse sedi, identificate in edifici che all’epoca erano chiusi, in disuso o semplicemente non adibiti al settore museale. Così nacque Genus Bononiae, un progetto visionario che costituisce uno dei primi casi di un ente privato che non si limita a finanziare sedi già operative, ma che recupera e riqualifica edifici storici e li mette a disposizione della comunità.

Ventitré anni dopo, Genus Bononiae – “l’origine di Bologna” in latino – ha ridefinito l’identità culturale della città in tutte le sfaccettature, grazie alle sue quattro sedi: arte a Palazzo Fava, musica a San Colombano, patrimonio religioso a Santa Maria della Vita e cultura libraria a San Giorgio in Poggiale. Patrizia Pasini, presidente della Fondazione Carisbo, spiega che «ogni sede possiede una propria identità e vocazione specifica che dobbiamo valorizzare attraverso linguaggi e contenuti sempre nuovi».

Oggi il progetto è ancora in crescita ed è in salute. Renzo Servadei, amministratore unico del progetto, sottolinea che «il 2025 è stato un anno molto positivo. Le attività e le esposizioni hanno registrato oltre 111mila presenze, confermando il ruolo di Genus Bononiae come punto di riferimento per cittadini, scuole e visitatori provenienti da fuori città. Il complesso di Santa Maria della Vita è tra i più visitati, grazie ai suoi oltre 68mila visitatori e al nuovo percorso espositivo con il “Compianto sul Cristo morto” di Niccolò dell’Arca, la pinacoteca dell’Oratorio e gli altri importanti nuclei artistici».

Il buon riscontro è dimostrato anche dall’andamento delle mostre temporanee: «Palazzo Fava ha registrato 45mila visitatori grazie alla mostra dedicata ad Ai Weiwei, mentre “Michelangelo e Bologna” ha superato i 18mila ingressi nei pochi mesi di apertura», sottolinea Servadei.

Tra le sedi, la prima a riaprire le porte fu la chiesa di San Giorgio in Poggiale nel 2009, trasformata in biblioteca dedicata al patrimonio librario, agli archivi e alla ricerca. Il 2010 è il turno del complesso di San Colombano, che ospita ancora oggi la Collezione Tagliavini, insieme al complesso di Santa Maria della Vita.

Nel 2011 e 2012 vengono inaugurati Palazzo Fava, oggi sede di mostre ed esposizioni temporanee, nonché del primo ciclo di affreschi dei tre pittori bolognesi Annibale, Agostino e Ludovico Carracci, e anche Palazzo Pepoli, oggi gestito dal Comune di Bologna. Quest’ultimo viene completamente ripensato per ospitare il Museo della Storia di Bologna, che esplora la città dall’epoca etrusca a oggi, attraverso installazioni e percorsi tematici, fornendo una sintesi dell’identità bolognese.

Per raggiungere questi risultati, Genus Bononiae si è sempre dovuto adattare ai mutamenti culturali e sociali che Bologna ha attraversato negli ultimi ventitré anni. In particolare, il progetto ha vissuto un’importante fase di riposizionamento. Per gran parte della sua esistenza, la Fondazione Carisbo operava come promotore, proprietario e gestore di Genus Bononiae, ma negli ultimi tre anni il circuito si poggia anche su collaborazioni pubbliche e private. Dal 2024 è stato siglato un accordo quadriennale con Opera Laboratori per la gestione integrata dei musei, mentre la Fondazione definisce la visione culturale, sostiene economicamente il progetto e programma le linee strategiche.

Questo assetto ha permesso a Genus Bononiae di sopravvivere e mantenere la sua missione originale, pur cambiando pelle. È avvenuto un riequilibrio del rapporto tra sostenibilità economica e missione culturale: mentre il controllo diretto su tutti gli aspetti da parte della Fondazione richiedeva una struttura più pesante e costosa, oggi il ruolo strategico e quello operativo sono distinti, rendendo il tutto meno oneroso, più efficiente e redditizio.

Il simbolo di questa strategia è Palazzo Pepoli: nel 2024 la Fondazione ha dato l’edificio in comodato gratuito al Comune per dodici anni per creare nuove iniziative condivise. La presidente Pasini sostiene infatti che l’accordo sia «la dimostrazione più evidente della collaborazione che abbiamo con il Comune, che consideriamo cruciale per proteggere il patrimonio culturale e incoraggiare la partecipazione dei cittadini».

Finora questo nuovo approccio sta mostrando i suoi frutti. «Nel suo primo anno con il nuovo modello – aggiunge Pasini – il Museo della Storia di Bologna ha registrato oltre 50mila visitatori e più di 180 eventi, confermando come la collaborazione tra istituzioni possa generare valore culturale e sociale per l’intera comunità». 

Le ragioni che hanno spinto la Fondazione a specializzare le funzioni del progetto sono sia culturali che di sostenibilità economica. La prima a cambiare è stata proprio Bologna, che oggi si è allontanata dai suoi pochi grandi poli museali in favore di un ecosistema ibrido tra pubblico e privato, giustificato dall’aumento dei visitatori internazionali e dalla crescita del turismo breve. In questo ambiente più competitivo, era essenziale attirare l’attenzione del nuovo archetipo di visitatore: più esigente, che ha meno tempo ma che si aspetta standard di servizio più elevati e flessibili.

Nel tempo, il mantenimento di circuiti museali è diventato sempre più oneroso. Non era più sufficiente esporre contenuti identitari: il museo doveva riuscire ad attrarre maggiormente anche il turista internazionale. Per questo la Fondazione ha optato un’organizzazione più snella, dato che favorisce una maggiore sostenibilità, e specializzazione dei servizi, insieme a molteplici collaborazioni con realtà culturali ed espressive internazionali.

In altre parole, ogni nuova iniziativa, oltre a essere di Bologna e per Bologna, ha anche un riflesso globale impossibile da ignorare. Tuttavia, specifica Pasini, «l’obiettivo resta quello originario: generare valore culturale e sociale per la comunità, se serve anche reinterpretando il progetto per venire incontro alle nuove esigenze. Cambiano gli strumenti, ma non la missione».

Non conta soltanto quanti spettatori arrivano, ma anche chi viene a visitare le sedi museali. Servadei racconta che «piuttosto che inseguire il semplice dato quantitativo, noi puntiamo ad ampliare la platea dei pubblici, rendendo il patrimonio accessibile e significativo per persone di età, interessi e provenienze diverse». A prova di questo, l’amministratore evidenzia che «nel 2025 Genus Bononiae ha accolto circa 1.700 studenti attraverso attività didattiche dedicate alle scuole, oltre 2.400 partecipanti alle iniziative per famiglie e numerosi utenti in progetti dedicati all’inclusione culturale».

Per questo Pasini sostiene che oggi Genus Bononiae «deve confrontarsi con una città più internazionale, visitatori più diversificati e una domanda culturale che richiede esperienze più dinamiche e interdisciplinari. Il contesto culturale, le modalità di fruizione e le aspettative del pubblico sono profondamente cambiati».

L’esempio migliore e più recente della strategia è la mostra “Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983-2005”, partita il 25 maggio e che di recente è stata prorogata dal 2 agosto al 18 ottobre. Tale proroga dimostra il successo dell’iniziativa, che ha spinto circa 15mila appassionati a visitare le mura di Palazzo Fava in poco meno di un mese dall’inaugurazione. Si tratta anche di una decisione in linea con la filosofia di mantenere la cultura aperta e accessibile durante tutta l’estate per «offrire a coloro che restano in città e ai turisti un’esperienza culturale di qualità, in uno dei palazzi storici più significativi del centro cittadino», come si legge dal comunicato della Fondazione.

Oltre il riassestamento culturale, la Fondazione ha revisionato anche il suo rapporto economico con Genus Bononiae e il suo programma. I bilanci degli ultimi tre anni mostrano infatti come il nuovo modello gestionale abbia consentito di ridurre i costi di oltre 1,5 milioni di euro rispetto alla configurazione precedente.

Parallelamente si è ridotto il sostegno economico diretto della Fondazione: i contributi destinati a Genus Bononiae sono passati dai 3,5 milioni di euro del 2022 ai 3,2 milioni del 2023 e dai 3 milioni del 2024 fino agli 1,5 milioni del 2025. Tuttavia, ricorda Servadei, «il nuovo assetto non risponde unicamente alla sostenibilità economica, ma anche alla necessità di adattare il progetto a un contesto diverso rispetto a quello di vent’anni fa. Questi numeri riflettono bene la portata di questa revisione organizzativa, che ci ha permesso in un anno di dimezzare i contributi a Genus Bononiae».

In particolare, l’efficientamento è stato orientato verso una struttura più snella e una diversa distribuzione delle spese. «Siamo intervenuti sui processi gestionali, sull’organizzazione delle attività e sull’integrazione delle competenze specialistiche. Il risultato è stato un assorbimento di oltre il 90% dell’impatto economico», continua l’amministratore.

Un riassetto che emerge anche dai ricavi generati dal circuito museale. Tra il 2023 e il 2024 le entrate derivanti da vendite e prestazioni hanno registrato una forte riduzione, passando da oltre un milione di euro a circa 370 mila euro. Questa diminuzione dei ricavi non è legata a una minore attrattività di Genus Bononiae, ma al trasferimento di molte attività a soggetti esterni. Se in passato servizi come la gestione quotidiana delle sedi, l’accoglienza e la biglietteria transitavano direttamente nei bilanci della Fondazione, oggi una parte di questi flussi economici viene gestita e contabilizzata dai partner incaricati. A riprova di questo, la riduzione dei ricavi propri è accompagnata da una significativa diminuzione dei costi sostenuti dalla Fondazione.

Ma il traguardo più grande è stato scongiurare la riduzione dell’offerta culturale o della sua qualità. Spiega Servadei: «Nel 2025 abbiamo ampliato la programmazione, rafforzato le attività educative, investito nell’accessibilità, avviato nuovi progetti di valorizzazione del patrimonio. Per esempio, c’è la nuova collaborazione con il Conservatorio G.B. Martini di Bologna per il rilancio culturale del museo San Colombano. Questo ci conferma che la sostenibilità non è solo contenere la spesa, ma riuscire a generare maggiore valore culturale e sociale utilizzando in modo più efficace le risorse disponibili».

 

L'articolo è tratto dal n. 23 di "Quindici" del 30 giugno 2026