Carcere
Il cardinale Matteo Maria Zuppi (foto concessa dall'Ufficio Stampa dell'Assemblea legislativa Regionale)
«Quando si parla di sovraffollamento carcerario, si deve tener conto della dignità personale. Dire che il detenuto deve soffrire per quello che ha fatto è un’affermazione pericolosissima, in quanto si basa sullo stesso principio della pena di morte». Lo ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo metropolita di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, durante il seminario che si è svolto oggi in Regione dal titolo: “Il contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale, alla reintegrazione sociale”.
Per Zuppi il tema del sovraffollamento non può essere affrontato soltanto come un'emergenza numerica, ma come una questione che riguarda i diritti fondamentali della persona. «Bisogna evitare il sovraffollamento senza mettere mai in discussione la sicurezza», ha spiegato. Da qui l'invito a investire maggiormente nelle pene alternative, che consentono ai detenuti di scontare la pena all'esterno in percorsi controllati e orientati al reinserimento nella società. «Possono permettere ai detenuti di uscire in maniera protetta, per loro e soprattutto per la società», ha precisato Zuppi.
Tra gli esempi indicati dal cardinale come modello di reinserimento sociale c'è quello dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, realtà nata nel 1968 su iniziativa di don Oreste Benzi e impegnata nell'accoglienza delle persone più fragili. Da oltre trent'anni l'associazione lavora anche con persone detenute o in esecuzione penale, partendo da un principio caro al suo fondatore: «L'uomo non è il suo errore». L'obiettivo è distinguere il reato dalla persona, costruendo percorsi di recupero che consentano un reale reinserimento nella società.
L'esperienza più significativa è quella sviluppata nel Riminese. Qui la Papa Giovanni XXIII ha accolto complessivamente 376 persone provenienti dal circuito penitenziario, registrando un tasso di recidiva del 15%, contro una media nazionale che si aggira intorno al 75% per chi sconta interamente la pena in carcere. Numeri che, secondo gli organizzatori del convegno, dimostrano come percorsi alternativi alla detenzione possano incidere concretamente sulla riduzione della criminalità e favorire un ritorno stabile alla vita sociale.
Il modello si basa sulle Comunità Educanti Carcerarie, conosciute con il diminutivo Cec, strutture nelle quali le persone in esecuzione penale vengono accolte in un contesto familiare e seguono un programma concordato con i tribunali. Il lavoro, spesso svolto nelle cooperative sociali nate all'interno della stessa associazione, diventa uno strumento educativo e terapeutico, affiancato da attività di servizio alla comunità e da un percorso di riflessione sulle cause che hanno portato alla devianza. L'obiettivo è trasformare la certezza della pena in una concreta possibilità di recupero.
Proprio questo modello continuerà a crescere. Nel 2027, grazie a un investimento di un milione di euro frutto della collaborazione tra la Conferenza episcopale italiana, la Diocesi di Rimini e la Papa Giovanni XXIII, a Montefiore Conca aprirà una nuova struttura capace di accogliere una trentina di detenuti che potranno così scontare la pena fuori dal carcere. Nel borgo riminese è già attiva una Comunità Educante Carceraria che coinvolge gli ospiti in attività utili al territorio, come la manutenzione delle aree verdi del santuario della Madonna di Bonora, favorendo il contatto quotidiano con la cittadinanza.
«Viviamo un'esperienza che ha portato benefici a tutta la comunità», ha spiegato il sindaco Filippo Sica, sottolineando come il progetto abbia dimostrato che sicurezza e inclusione possano procedere insieme.
A ribadire la necessità di sostenere queste realtà è stato anche il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri, che ha evidenziato come oltre la metà delle persone accolte dalla Papa Giovanni nel Riminese provengano da istituti penitenziari fuori dall'Emilia-Romagna. «Dobbiamo puntare sempre di più su percorsi di questo tipo perché rappresentano una vera possibilità di reinserimento sociale e dimostrano che investire nelle misure alternative significa aumentare la sicurezza, riducendo concretamente il rischio di recidiva» ha concluso il garante.