L'intervista

L'imprenditore bolognese Alfredo Cazzola (foto di Tommaso Sfregola)

 

Ha lanciato il Motor Show, si è occupato delle realtà imprenditoriali più significative del Paese. Poi basket e calcio: ha guidato la Virtus dei tempi d’oro ed è stato presidente del Bologna. Infine la corsa per diventare sindaco contro Flavio Delbono. A 76 anni Alfredo Cazzola dice di sentirsi un uomo fortunato. «In economia quello che conta è individuare gli spazi giusti al momento giusto». A Lepore riconosce il merito di aver insistito sul grande investimento del tram, sul governo Meloni ha un’opinione negativa: «Il sistema Paese non è cresciuto» Chi voterebbe alle prossime elezioni? «Non ho ancora le idee chiare» Il più grande rimpianto sportivo? «Quando cedetti la Virtus lasciai sul tavolo il contratto già firmato di Ginobili e, vedendo cosa poi ha fatto questo giocatore, mi sono pentito». «Nel Bologna di oggi apprezzo molto Riccardo Orsolini, all’epoca stravedevo per Bellucci».

Bologna, 1972: a soli 22 anni apre la Deko Allestimenti in una città dove all’epoca il mercato privato è ancora guardato con un po’ di sospetto. Come nasce il Cazzola imprenditore?

«A 18 anni parto per un viaggio in Scandinavia che stravolge la mia visione. Mi innamoro non tanto delle ragazze - ride - quanto di una socialdemocrazia avanzatissima già al tempo. Due anni dopo mi trasferisco a Berlino e lavoro a stretto contatto con gli allestitori del grande magazzino “KaDeWe”. È stata una sorta di corso accelerato post-università. Quando torno in Italia incontro al bar lo zio di un mio caro amico che lavorava all’ufficio tecnico della Fiera di Bologna. Mi consiglia di puntare sulle aziende di allestimenti, il settore fieristico stava crescendo».

E lei coglie la palla al balzo.

«Mi faccio dare l’elenco delle aziende espositrici del Moda Maglia, allora la più grande fiera dell’abbigliamento, chiedo in prestito la macchina a un amico e mi lancio alla ricerca dei primi clienti. È il 1972. Otto anni e 120 dipendenti dopo siamo l’azienda più importante in regione e tra le prime tre in Italia. Individuare gli spazi giusti al momento giusto: è questa la chiave in economia».

Quali sono stati i suoi modelli?

«Onestamente sento di essere stato più un riferimento per gli altri che il contrario. Mi sono sempre buttato in mercati a me sconosciuti, interpretando il mestiere secondo le mie caratteristiche, libero da qualsiasi “incrostazione” legata ad esperienze precedenti. Penso alla pallettizzazione dei magazzini: caricavamo gli allestimenti su grossi camion e li portavamo direttamente nei padiglioni pronti per essere montati, qualcosa di innovativo per l’epoca».

Ma se deve proprio fare un nome?

«Direi Carlo De Benedetti, che ho conosciuto all’apice della sua carriera, ma di manager estremamente bravi ne ho visti parecchi. Tra gli anni ‘50 e ‘70 noi italiani siamo stati i cinesi d’Europa».

Con che capitali si può iniziare attività del genere?

«Noi siamo partiti senza nemmeno una lira, ma con un mercato disponibile. Lavoravamo con il 30% all’ordine e saldo alla consegna, ricordo che aspettavo il pagamento fuori dalla fiera con la borsa in mano. Una volta raggiunto il fatturato di quasi due miliardi di lire, il direttore della mia filiale di fiducia mi propone una prima linea di credito per 50 milioni di lire, poi una da 5 milioni di scoperto di conto corrente».

Ha accettato?

«No, non ero interessato perché la nostra società non emetteva ricevute bancarie, ma ringraziai della proposta. Passa qualche settimana e mi chiamano per dirmi che la sede centrale aveva bocciato la proposta del direttore: per loro la mia azienda non valeva neanche 5 milioni di lire. Chiudo i conti e cambio banca, ma gli prometto che un giorno, se avessero voluto riavermi come cliente, il direttore generale sarebbe dovuto venire a scusarsi di persona. Quindici anni dopo è successo esattamente questo».

Nel 1981 acquista il Motor Show da Zodiaco, Munari e Agostini e in breve tempo il salone automobilistico diventa uno dei più visitati d’Europa. Cosa lo rendeva speciale?

«L’innovazione. Abbiamo attaccato la Fiat quando era il gruppo più importante del Paese e organizzava indirettamente il Salone dell’Auto di Torino. Abbiamo puntato sul pubblico giovane rendendo le esposizioni ancora più vivaci e aggressive: in pratica “accendendo i motori”. Il nostro salone nasceva dal basso, non era organizzato da associazioni di categoria. Partendo da outsider siamo arrivati a sfiorare un milione e duecentomila visitatori, l’esplosione delle radio e tv private ci ha sicuramente aiutato ad avere visibilità a costo zero».

Nel 2007 il Motor Show viene venduto ai francesi di GL Events. Quanto è stato difficile cedere la sua “creatura”?

«Ci ho pensato su due anni. Eravamo cresciuti tantissimo. Purtroppo ho patito una grande esposizione mediatica a cui forse non mi sono mai abituato, e nel tempo si sono create tensioni fortissime con il sistema pubblico amministrativo di Milano, Torino e Roma».

Il suo carattere ha inciso?

«Sicuramente, mai tollerato l’idea di scendere a compromessi. Dopo due anni di trattative ho ceduto tutto a GL Events. È stato un grande dispiacere: si è persa un’esperienza quarantennale che purtroppo non è più stata sostituita».

Poi la Virtus. Quattro scudetti, l’Eurolega del ‘98, la Supercoppa. A quale di questi successi è più legato?

«Senza dubbio l’Eurolega, festeggiata insieme ai migliaia di bolognesi venuti a Barcellona per la finale. È stato l’apice della mia carriera nello sport. E pensare che quando ho comprato la Virtus non avevo mai visto una partita di basket in vita mia. Sono diventato presidente per rilanciare una bandiera della città, ma anche per farmi perdonare per i disagi creati dal Motor Show».

È filato tutto liscio sin dall’inizio?

«Tutt’altro: il mio debutto è coinciso con il licenziamento di Ray Richardson, considerato dai tifosi al pari di Maradona al Napoli. Sono stato costretto a farlo dopo aver saputo della sua positività ai test antidroga. I tifosi inizialmente non l’hanno presa bene, poi abbiamo allestito una grande squadra e vincendo lo scudetto nel giro di un anno le critiche sono svanite».

Come dimenticare i derby con la Fortitudo.

«Non scherzo quando dico che non sapevo nulla di basket prima di diventare presidente: figuratevi dell’esistenza di un’altra società in città. Poi quando la Fortitudo è tornata in A1, sostenuta da un’importante famiglia di imprenditori, è nata una rivalità fortissima. Quando camminavo per strada in base a chi mi salutava e chi mi guardava storto capivo per cosa tifasse. Guai a finire per sbaglio nel ristorante della squadra rivale».

Siamo nel ‘98 La Virtus vince lo scudetto grazie al famoso “tiro da 4 di Danilović”. Ettore Messina ci ha già raccontato la sua versione della storia, lei che ricordo ha di quella gara?

«Impossibile dimenticarla. Una partita tesa fino alla fine, due squadre fortissime, ma il nostro allenatore era migliore del loro. Ricordo gli occhi di mia figlia quando mi ha guardato disperata e per un attimo abbiamo pensato che non ce l’avremmo fatta. Poi Danilović, che davano tutti per sfinito e i tifosi volevano togliere dal campo, sale in cattedra e decide la gara. Una gioia talmente forte che per due giorni non sono riuscito a smettere di ridere».

Qual è il giocatore a cui è rimasto più legato?

«Proprio Danilović. Alla firma del contratto lo presi da parte, come un padre, e lo avvertii di stare attento ai nuovi “amici” che sarebbero arrivati con il successo. Fa parte della categoria dei fuoriclasse: quelli che all’ultimo minuto, quando la palla pesa, la vogliono tra le mani».

Un rimpianto?

«Quando cedetti la Virtus lasciai sul tavolo il contratto già firmato di Ginobili dopo averlo acquistato da Reggio Calabria, vedendo poi cosa ha fatto in carriera un po’ mi sono pentito di aver venduto la squadra prima di poterlo ammirare con la nostra maglia».

Che voto dà alla gestione Zanetti, anche alla luce di una possibile cessione della società?

«È un vincente, gli va riconosciuto tutto ciò che ha fatto per la Virtus. Sostenere finanziariamente una squadra di basket è un mestiere ingrato: si parla di perdite gestionali tra gli 800 mila euro e il milione al mese. Ormai è diventato uno sport per ricchissimi. Sarà difficile che a rilevare la squadra in futuro possa essere un bolognese. Probabilmente arriverà qualcuno da fuori, con risorse superiori a quelle del nostro territorio».

Se pensa invece a Gianluigi Porelli?

«Un grande manager ideatore del mito delle Vu Nere. Certo, è difficile paragonare i nostri percorsi: lui all’epoca aveva una piccola quota di azioni ed era affiancato da un gruppo di imprenditori bolognesi che controllavano la società. Faceva il presidente, il proprietario era un altro. Io ero entrambe le cose, e gestire il club con i propri soldi, rispetto a farlo con quelli degli altri, è ben diverso».

Passiamo al calcio. Nel 2005 diventa presidente del Bologna, riportando al terzo anno la squadra in Serie A. Tra essere presidente di una squadra di calcio ed esserlo di una di basket cosa cambia?

«Al Bologna avevo l’intera città dalla mia parte, a differenza di quanto avevo in mano la Virtus. Eppure l’impatto iniziale è stato comunque durissimo: pochi mesi dopo la mia nomina esplode Calciopoli, e il Bologna è una delle vittime di quel sistema».

Qualche aneddoto?

«Ricordo quando, a seguito di alcune ingiustizie arbitrali, sono andato davanti a Galliani per chiedere le dimissioni del presidente della Lega Calcio. Sono stato denunciato pure dall’allora presidente della Fiorentina per alcune mie dichiarazioni. La legge poi mi ha dato ragione: arrivate le condanne dei processi sportivi la querela è stata ritirata».

E quando scese in campo durante Bologna-Brescia per chiedere alla squadra di abbandonare la gara in segno di protesta?

«Rivedendomi nei filmati un po’ me ne vergogno. Questo non significa che me ne penta, in quel momento ho seguito il mio carattere. Ringrazio ancora l’allora vicequestore, oggi non più tra noi, che mi portò via di peso evitando conseguenze ben più gravi».

Dopo la cessione del 2008, tornò nel 2011 al Bologna come azionista, salvo poi rinunciare definitivamente poco dopo. Cosa successe?

«Mi avevano chiesto di tornare e pensavo di poter essere utile alla causa. Ho cambiato idea quando ho capito che avrei dovuto scendere a patti con troppe persone, limitando dunque la mia capacità decisionale. Nella gestione sportiva le scelte devono essere rapide e nelle mani di pochi».

Qual è stato il calciatore più forte avuto sotto la sua presidenza? E nel Bologna di oggi chi le piace di più?

«Bellucci era molto bravo, peccato che Marotta ce l’abbia soffiato. Oggi apprezzo Orsolini: per alcuni è discontinuo, ma a mio avviso resta quel giocatore capace di risolvere le partite da solo. Sarebbe davvero un peccato perderlo».

Basket o calcio: quale sport le è rimasto più dentro?

«Il basket, senza ombra di dubbio. Mi diverte di più da tifoso, l’esito resta spesso in bilico fino all’ultimo secondo ed è uno sport molto intelligente da un punto di vista tattico. Il mio giudizio è però inevitabilmente sbilanciato: ho vissuto la parte più bella del basket e quella un po’ meno del calcio».

Le pesa vedere l’Italia fuori dai Mondiali?

«Moltissimo, temo il treno sia passato. Il nostro sistema è rimasto indietro rispetto a quello di paesi come Spagna, Inghilterra o Germania, ed è evidente che non riusciamo più a coltivare grandi campioni come un tempo».

È il turno della politica. Nel 2009 si candida sindaco di Bologna con una lista civica appoggiata dal centrodestra. Al ballottaggio perde contro Flavio Delbono, che si dimetterà dopo il cosiddetto “Cinzia gate”, caso che fu lei stesso a sollevare. Come successe davvero?

«Nel corso di un confronto con Delbono, in diretta su Radio Città 103, ricevetti da un ascoltatore una domanda molto personale e fuori dagli accordi. Replicai dicendo che anche dall’altra parte c’erano questioni di moralità discutibili, riferendomi a una vicenda che Cinzia Cracchi, ex compagna del mio avversario, mi aveva raccontato tempo prima. Non ne avrei mai parlato se non fossi stato provocato. Scoppiò un polverone, Delbono mi querelò e poi ritirò tutto a pochi giorni dal voto».

Le elezioni le perse per questo?

«No, a pesare fu la scelta dei sostenitori di Guazzaloca di disertare le urne dopo avermi promesso il loro supporto».

Che voto dà oggi a Lepore?

«Gli riconosco il coraggio di aver insistito su un grande investimento infrastrutturale come il tram, tenendo conto dei disagi che i cantieri avrebbero creato. Resto convinto che la città abbia bisogno, prima o poi, di un’alternanza politica. Purtroppo la destra non è ancora stata in grado di presentare né un progetto né un candidato credibile».

A Meloni?

«Il giudizio è molto negativo: il Paese non è affatto cresciuto. Tra parentesi, non perdonerò mai i responsabili - e si sa chi sono ma è inutile dirlo - della caduta del governo Draghi».

E su Trump che idea si è fatto?

«Avevo un’amica americana democratica che mi ha sempre preso in giro per gli scandali legati a Berlusconi e alla politica italiana. La mattina dell’elezione di Trump, nel 2016, le scrissi: “Perlomeno Berlusconi non aveva il pulsante rosso, il vostro presidente è molto più pericoloso”».

Oggi chi voterebbe in Italia?

«Non ho ancora le idee chiare. Alle ultime elezioni ho votato Calenda, che allora mi dava l’idea di qualcosa di nuovo, di fresco, di accettabile. Poi anche lui ha avuto degli alti e bassi che mi hanno deluso».

Il prossimo febbraio compirà 77 anni. C’è qualcosa che non ha ancora realizzato, e come vorrebbe essere ricordato?

«Ormai faccio una vita riservata e non ho l’ambizione di essere ricordato in un modo specifico. Dopo la politica ho dedicato cinque anni a salvare una società dal fallimento. Di recente ho avviato una piccola azienda agricola, comprando dei terreni intorno a casa. Piantando gli ulivi ho scoperto che ora crescono bene anche qui nella zona di Bologna».

Come si descriverebbe in poche parole?

«Una mia cara amica in passato mi ha definito ‘”imprenditore seriale”, perché sono stato sempre capace di reinventarmi. Forse è la definizione che più mi rappresenta. Mi sento un uomo fortunato, parte della generazione più fortunata dal dopoguerra a oggi. Se mi guardo dentro mi sento ancora quel ragazzo della Bolognina».

 

L'intervista è tratta dal n. 23 di "Quindici" del 30 giugno 2026