IL QUINDICI

June Osborne (foto Ansa)

June è pronta a scappare, di nuovo. Dopo aver raggiunto il Canada, il Paese che per anni ha rappresentato il rifugio per chi fuggiva dall’incubo di Gilead, nessun posto sembra più sicuro. Nemmeno oltre il confine. Nell’ultima stagione di questo colosso delle serie tv, durato otto anni, June continua a inseguire una libertà che sembra sfuggirle ogni volta che è a portata di mano, mentre il regime teocratico di Gilead estende la propria influenza ben oltre i suoi confini. La sesta e ultima stagione chiude il racconto senza grandi colpi di scena e senza la vittoria definitiva che molti spettatori avrebbero voluto. Gilead non cade davvero: viene indebolita, ma resta in piedi.

Ed è proprio questa la scelta più interessante e frustrante.Per anni June ha combattuto, è fuggita, è stata catturata e ha ricominciato da capo. Un meccanismo che torna ancora una volta, lasciando spazio a una domanda inevitabile: dov’è finita la speranza? In un presente segnato dal ritorno di derive autoritarie e dalla messa in discussione di diritti che sembravano acquisiti, “Il Racconto dell’ancella” continua a essere attuale, ma sembra incapace di immaginare un vero orizzonte di cambiamento. Paradossalmente, la serie è diventata più brutale del romanzo di Margaret Atwood da cui è tratta.

L’adattamento ha spesso preferito insistere sul trauma e sulla sofferenza piuttosto che sulla possibilità di una liberazione. Eppure, nonostante qualche ripetizione narrativa, resta una delle produzioni televisive più importanti dell’ultimo decennio. Il finale non offre una chiusura definitiva e non promette un futuro migliore. Ricorda però che la libertà non è mai una conquista permanente e che i regimi autoritari raramente scompaiono all’improvviso. Un addio amaro, coerente e capace di lasciare un segno. E forse è proprio questo il lascito più inquietante della serie: non l’idea che Gilead possa nascere, ma che possa sopravvivere.

La recensione è stata pubblicata nel n.22 di "Quindici" del 18 giugno 2026