IL QUINDICI

Raúl, interpretato da Leonardo Sbaraglia (foto Wikimedia Commons)

Il cinema, solitamente, tende a nascondere la sua natura. Serve per mantenere coerente quell’implicito accordo fra autore e spettatore per cui quest’ultimo accetta le regole del mondo finzionale per potervisi immergere. In campo non appariranno mai microfoni, macchine da presa, fogli di sceneggiatura. La magia svanirebbe. C’è chi, però, della rottura di questa regola ne ha fatto una cifra stilistica. Pedro Almodóvar è un cineasta che, da sempre, ha riversato tutto sé stesso nelle sue opere, arrivando negli ultimi anni ad un’autoriflessione tale da non aver paura di mostrare il dispositivo filmico.

“Amarga Navidad”, il suo ultimo lungometraggio, è forse il punto di arrivo del suo discorso cinematografico. Ci si trova davanti a due storie: una, ambientata a dicembre 2004, ha come protagonista Elsa, una regista pubblicitaria workaholic; l’altra, nel 2026, segue le vicende di Raùl, anche lui regista. Presto scopriamo che Elsa non è reale, ma un personaggio creato da Raùl, intento a scrivere la sceneggiatura del suo ultimo film. Questa mise en abyme permette ad Almodóvar di riflettere non solo sul suo cinema, ma sulla settima arte in toto.

Amarga Navidad è infatti una disanima sul carattere predatorio dell’autore: la banalità della storia di Elsa, piena di stereotipi e di facili espedienti narrativi, è il sintomo della crisi che sta vivendo Raùl/Almodóvar, autore affermato col terrore di non avere più nulla da dire. E allora Raùl, pur di superare il blocco dello scrittore, decide di appropriarsi delle storie di chi gli sta accanto, portando queste persone/personaggi a ribellarsi all’autore e a chiederne il conto. Almodóvar, invece, sceglie di mettere sotto i riflettori il proprio vampirismo e le sue fragilità, dimostrando ancora una volta che, anche dopo quarant’anni di carriera, la sua scintilla vitale è, indubbiamente, tutt’altro che spenta.

La recensione è stata pubblicata nel n.22 di "Quindici" del 18 giugno 2026