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Alfredo Cazzola, ex presidente della Virtus tra il 1991 e il 2000 (foto Tommaso Sfregola)


«La vittoria dell’Eurolega è stato l’apice dei miei anni in Virtus: aver reso Bologna campione europea è stato il massimo a livello sportivo che potevo sperare». Alfredo Cazzola, tra i presidenti più vincenti nella storia delle Vu Nere, ricorda così a InCronac@ la notte in cui la Virtus vinse la Fiba Euroleague in finale contro l’Aek Atene. Finale che si disputò il 23 aprile 1998 al Palau Sant Jordi di Barcellona. «Erano arrivati in più di settemila per sostenerci, assistere in diretta ai festeggiamenti è stato impagabile», afferma con orgoglio, e un pizzico di emozione, l’ex patron bianconero.

«Molti non lo sanno, ma quando comprai la Virtus non avevo mai visto una partita di basket. Non conoscevo neanche le regole», ammette Cazzola. E allora cosa lo spinse ad acquistare la società bolognese? «Mi feci convincere che era una bandiera della città e che doveva essere rilanciata». Ma non solo questo. «Mi sentivo in debito: negli anni ero stato sommerso dalle critiche dovute alle conseguenze negative del Motor Show di Bologna: era un successone ma comportava l'arrivo di oltre centomila persone alla Fiera. Era così una situazione caotica e per molti una sofferenza. Così fu il mio modo per risarcire la città, che in qualche modo avevo devastato per anni». 

Avventurarsi in un mondo sconosciuto e complesso come quello della pallacanestro è tutt’altro che semplice, per di più quando si è chiamati a prendere fin dall’inizio decisioni impopolari. «I primi anni furono difficili. E l'inizio un incubo. Debuttai licenziando il nostro miglior giocatore: Ray Richardson. Uno che per Bologna era come Maradona per il Napoli - ricorda Cazzola - Accadde al suo rientro dalle vacanze negli Stati Uniti ed io ero presidente da una sola settimana. Richardson era stato espulso anni prima dalla Nba per questioni di droga e nel suo contratto con la Virtus esisteva un vincolo, firmato all’epoca dall'avvocato Porelli, che dava diritto alla Virtus di ricevere periodicamente le analisi del giocatore», spiega l’ex presidente delle Vu Nere. «Io non ne sapevo nulla inizialmente, rimasi sbigottito quando portarono all’Ospedale Maggiore il rapporto sui test del giocatore, riscontrandone la positività. Fui costretto a licenziarlo». Una scelta che non fu digerita benissimo dalla piazza. «I tifosi erano estremamente risentiti. Pensavano “qui è arrivato uno che non sa niente di basket e appena arriva caccia il più importante. Mi presi i fischi e la freddezza del pubblico di casa. Poi costruimmo una grande squadra, iniziammo a vincere e misi tutti d’accordo».

Indimenticabili i derby con la Fortitudo e una rivalità senza tempo che spaccò in due la città. «Bologna non era una città abituata ai conflitti e al concetto di guelfi e ghibellini. Era una realtà “prodiana”, dove tutto deve andare bene, dove si cerca di andare tutti d'accordo», sostiene. Per questo motivo, secondo Cazzola, le battaglie tra le “Vu nere” e la “Effe” «crearono una tensione insostenibile sotto le torri, a tratti innaturale". Eravamo arrivati a un punto che si poteva mangiare solo nei ristoranti della Virtus, e se non ci andavi eri della Fortitudo. Oppure quando camminavo per strada capivo subito cosa tifasse un passante a seconda di chi mi salutava e chi mi guardava storto». La goccia che fece traboccare il vaso fu la famosissima finale scudetto decisa dal tiro da quattro di Danilovic. Episodio che l’ex presidente bianconero ricorda (lo fece anche il coach Ettore Messina) come fosse ieri: «Una partita e una rimonta pazzesche. Pensai anche a un certo punto che non ce la potessimo fare, anche mia figlia era scoraggiata e guardandoci io scuotevo la testa. Invece ce l’abbiamo fatta. Messina. Forse la Virtus era inferiore a quella Fortitudo. Ma il nostro allenatore era migliore. Messina e Danilovic fecero la differenza. Ettore tenendolo in campo dopo un inizio di partita mediocre, tanto che il pubblico ne chiedeva la sostituzione. E Sasha ci ripagò mettendo in campo una prestazione da vero fuoriclasse che ci regalò il titolo. Un film bellissimo, è strano che a nessuno sia venuto la voglia di girarlo», si stupisce ancora Cazzola. «Fu un’emozione senza precedenti. Ricordo che per due giorni continuai a ridere per la gioia. Poi mi fermai, e dissi: “Abbiamo vinto l’Eurolega, lo scudetto, cosa posso volere di più?"». L’unico rammarico? «Avevo firmato io il contratto di Ginobili e l’acquisto da Reggio Calabria mentre firmavo anche la vendita della società. Vedendo poi cos’ha fatto in carriera, onestamente mi sono pentito di aver venduto la squadra prima di poterlo ammirare con la nostra maglia»