Stato di Diritto

Ezio Mauro, ex direttore de "La Repubblica" (foto Ansa)

«La Repubblica ci ha garantito ottant’anni di benessere e libertà, diventando un vero patrimonio della nostra democrazia, che non solo va difesa, ma anche aggiornata e resa viva». Giorni di tensione e metamorfosi, dove il ricordo doloroso della dittatura si intrecciava alla speranza di superare le macerie e tornare a respirare un po’ di libertà. Le svolte che hanno battezzato la nascita della Repubblica sono inscritte nelle pagine della storia d’Italia, frammenti di un passato che Ezio Mauro, ex direttore del quotidiano fondato da Scalfari, rievoca così, prima di portare sul palco dell’Arena del Sole “Addio alla corona”, lo spettacolo nato dai suoi racconti giornalistici su quel passaggio tanto storico quanto delicato. Una transizione che vibra ancora oggi, a ottant’anni dal referendum che ne ha decretato la nascita, e che ci spinge a interrogarci sul futuro per capire, con le parole di Paola Cortellesi, se c’è ancora domani.

Direttore, che spettacolo ci aspetta e quanto è importante celebrare oggi gli ottant’anni dalla nascita della Repubblica? 

«Sarà una lettura teatrale, in cui racconterò i tratti salienti di quel referendum sulla scia della serie scritta per il quotidiano, arricchendola con immagini e un accompagnamento musicale. Oggi è particolarmente importante ricordare la nascita della Repubblica, perché fa parte di un percorso di riconquista della libertà e nascita di istituzioni democratiche, che si è completato con la scelta popolare di un popolo analfabeta dal quel punto di vista. Ricordare quella storia è una prova di responsabilità, perché oggi c’è una scarsa coscienza sul fatto che la Repubblica sia una conquista. Nessuno si definisce repubblicano, e questo non è un problema semantico ma di sostanza, che riguarda noi eredi di questa scelta fondamentale». 

Nello spettacolo ci sarà spazio anche per il racconto degli ultimi giorni della monarchia. Come vissero quel momento gli italiani dal punto di vista emotivo?

«Fu un periodo di febbre crescente. Il Paese era profondamente spaccato, non tanto nello scarto dei voti, quanto nella frattura territoriale tra Nord e Sud. Attraversammo un crinale delicatissimo in cui rischiammo più volte la guerra civile, come confermarono la regina Maria José e diversi rapporti dei servizi segreti italiani e americani. Furono giorni incandescenti, segnati anche da vere e proprie rivolte, come i moti di Napoli, in cui la popolazione scese in piazza a insorgere».

Che storia è stata, alla fine, quella della nostra Repubblica? 

«Non riflettiamo a sufficienza sul fatto che la Repubblica ha garantito l’unità del nostro Paese, che era considerata una funzione esclusiva della monarchia, su cui anche Umberto di Savoia ha insistito molto in campagna elettorale. La Repubblica invece ha garantito questa possibilità, permettendoci di vivere 80 anni di libertà, crescita e benessere. Si è rivelato sicuramente un successo e il bilancio è assolutamente positivo».

Oggi, però, quella stessa democrazia sembra fragile. Perché viviamo una crisi di questo tipo?

«La democrazia è in crisi perché le attribuiamo colpe che sono della politica. La destra radicale tenta di dipingerla come un modello novecentesco, macchinoso e burocratico, utile nei periodi di benessere ma inadatto ai tempi di crisi. Si preferisce una struttura verticale, che convoglia il consenso su leader dotati di "poteri forti". È una visione affine al modello russo, che privilegia l’Esecutivo a scapito degli altri poteri, dove il Giudiziario viene additato come un nemico e il Legislativo ridotto a gregario. In questo disegno, gli organi di garanzia che dovrebbero fare da arbitro vengono visti solo come intralci al libero arbitrio della maggioranza vincente».

Come si può rimediare?

«Dobbiamo tutelare la democrazia e capire che la normalità di questo modello costa fatica. In questo senso, lo scorso referendum sulla giustizia è stato uno scossone e alcune forze politiche hanno cercato di fuoriuscire dal limite costituzionale cercando poteri supplementari, scavalcando l’equilibrio democratico. È una tendenza di questi tempi, che purtroppo non risparmia nemmeno l’Italia». 

Cosa possiamo fare, come cittadini e opinione pubblica? 

«Serve uno scatto di coscienza. Dobbiamo imparare a distinguere la politica contingente dalla democrazia come sistema. Bisogna essere consapevoli che anche il potere legittimato dal voto è soggetto al controllo di costituzionalità. Non basta più dire che la democrazia va difesa, dobbiamo impegnarci a mantenerla viva e ad aggiornarla, usando la Costituzione come nostro faro principale». 

Lo scorso referendum ha fatto emergere una certa riluttanza da parte degli italiani a modificare la Costituzione. Secondo lei è un testo da conservare e proteggere così com’è o può essere modificata? 

«La Costituzione va maneggiata con cura. Non è qualcosa di immodificabile, ma deve seguire la nascita di nuovi valori e nuove forme di espressione. Si può toccare ma con cautela, procedendo solo in situazioni di ampio consenso e tenendo presente che questo testo conserva valori fondamentali e preliminari della nostra democrazia, al di fuori della lotta politica».