alta gastronomia

camilla e bottura

 

Massimo Bottura (foto Paolo Tomasi)

 

Ho la fortuna di avere un ricordo diretto dello chef Massimo Bottura, quando a ottobre 2025 l’ho incontrato ad Atene in occasione di un Festival che univa gastronomia e filosofia. Lo chef, allora, ha parlato di tradizione e cucina, di come quando – da bambino – s’infilava sotto al tavolo a osservare sua nonna intenta a cucinare. Al tempo anche la conformazione delle case era diversa, la cucina era un luogo sacro, laddove si concentravano riflessioni, innocue chiacchiere e – a quanto pare – segreti gastronomici che nel suo caso sarebbero valsi una straordinaria (benché rivoluzionaria) carriera. Quel festival è stata l’occasione in cui ha ricordato l’importanza della tradizione che esiste solo perché possa cambiare – stabilizzarsi – e cambiare ancora. Ed è da lì che incomincia quella storia che oggi il mondo intero riconosce nella Francescana Family.

Dopo aver accantonato gli studi in Giurisprudenza, rileva la Trattoria del Campazzo a Nonantola, dove apprende l’arte della pasta all’uovo dalla cuoca e rezdora Lidia Cristoni. Sono gli anni in cui assimila i comandamenti della tradizione emiliana, destinati però a essere continuamente riletti e reinterpretati. Gli incontri con Georges Cogny, Alain Ducasse e Ferran Adrià contribuiscono a definire una cucina capace di fondere memoria e innovazione, arte e territorio. Nel 1995 apre l’Osteria Francescana a Modena, che nel tempo conquisterà tre stelle Michelin e due volte il titolo di Miglior Ristorante del Mondo.

Ma la sua visione si è spinta ben oltre i confini del ristorante. Negli anni ha costruito un ecosistema che unisce ristorazione, ospitalità e inclusione sociale. Da Casa Maria Luigia, luogo di accoglienza, arte e gastronomia, alle Gucci Osterie, con cui ha portato la propria idea di cucina italiana contemporanea da Firenze a Tokyo, Seul e Beverly Hills. Parallelamente sono nati Food for Soul, il Tortellante e Roots, iniziative che affrontano temi come spreco alimentare, formazione e integrazione. Un percorso che ha ampliato il ruolo dello chef, trasformandolo in un interprete del proprio tempo.