Mediterraneo
Il liutaio Salvo Zappalà mentre assembla i pezzi di una viola da gamba (tutte le immagini sono di Antonio Raciti, tratte dal progetto fotografico "Ketsia...")
«Non pensavo che un legno così sofferto, così privo di tutte le caratteristiche necessarie, potesse suonare bene». A Santa Venerina, un piccolo comune ai piedi dell’Etna, poco sopra Acireale, il legno dei barconi che hanno attraversato il Mediterraneo viene trasformato in strumenti musicali. Da quelle assi cariche di dolore, sulle quali hanno viaggiato donne, uomini e bambini, oggi nascono chitarre, violini e viole. A dargli nuova vita sono i ragazzi della cooperativa “Rò La Formichina”, sotto la guida del liutaio Salvatore Zappalà, 66 anni, artigiano e musicista. «Siamo partiti da una viola – spiega Zappalà – poi abbiamo fatto delle chitarre classiche e un quartetto d'archi. Quando abbiamo visto che gli strumenti avevano una bella qualità di suono, confermata anche dagli esperti, abbiamo continuato. È un sovvertimento di tutte le regole della liuteria, perché non è un legno pregiato, è stato molto tempo in acqua ed è impregnato di salsedine».
Il progetto è partito tre anni fa all’interno della falegnameria della cooperativa catanese fondata nel 2001 dalla comunità Papa Giovanni XXIII. «Già da tempo utilizzavamo il legno dei barconi per costruire croci o altri oggetti sacri. Nella nostra casa-famiglia – racconta Marco Lovato, presidente della cooperativa – vivono dei ragazzi che hanno fatto la traversata nel Mediterraneo e ci parlano spesso dell’incubo del viaggio. Con loro abbiamo voluto recuperare un barcone per poi lavorare quel legno che aveva sentito grida di morte». L’idea di costruire degli strumenti musicali, invece, «è venuta dopo una proposta dei servizi sociali di includere nei nostri progetti Salvo Zappalà, che in quel momento era in difficoltà e che abbiamo scoperto essere stato, in passato, un liutaio». Alla cooperativa “Rò La Formichina”, persone e legname partecipano a uno stesso percorso curativo. Anche i dieci ragazzi coinvolti nella falegnameria, tutti giovani sotto i trent’anni, arrivano da un passato difficile: c’è chi è detenuto nel vicino carcere di Acireale, chi ha una disabilità, e chi ha attraversato il Mediterraneo con quegli stessi barconi. «È un momento di cambiamento – aggiunge Lovato – duplice: da una parte c’è il legno, che da materiale di scarto inizia ad emettere musica, mandando un messaggio potentissimo. Dall’altra ci sono i ragazzi, anch’essi a volte considerati scarti, che si impegnano e scoprono di avere delle potenzialità incredibili». Il progetto, che tramite la costruzione di un oggetto dall’alto valore artistico mira al reinserimento lavorativo e sociale di chi lo lavora, non nasce a Santa Venerina. «I primi ad utilizzare il legno di scarto dei barconi – ne ripercorre la storia Lovato – sono stati gli operatori della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, al carcere di Opera a Milano. Nel 2013, in collaborazione con un falegname di Lampedusa, hanno iniziato a realizzare presepi e crocifissi. Poi il liutaio Enrico Allorto ha costruito il primo violino del mare. Da lì l’esperienza si è diffusa ad altre realtà carcerarie, da Monza a Secondigliano, fino ad arrivare da noi, in Sicilia». Per il liutaio Zappalà, che ha appreso l’arte nelle botteghe della Bologna degli anni Ottanta, il progetto è anche un modo per tramandare una tradizione che in Sicilia si sta perdendo. «C'è un ragazzo molto bravo – racconta con orgoglio – che da solo riesce già a costruire l’80% di uno strumento. Fra un anno saprà costruirlo tutto intero da solo».

Per costruire uno strumento a mano ci vogliono dalle 150 alle 200 ore di lavoro
Ma ottenere il legno delle barche non è semplice. Zappalà si reca di persona nei porti dove avvengono gli sbarchi per prelevare il materiale. «Le barche, non appena arrivano sulle coste siciliane, vengono sequestrate dall’autorità portuale. Noi le salviamo dalla demolizione totale – precisa – ma è un iter lungo, perché dobbiamo ottenere prima un’autorizzazione. Dal momento in cui iniziamo la pratica a quando riceviamo il legno, passa quasi un anno. Poi va selezionato quello più adatto: parliamo di barche da pescatore lunghe sei, otto metri, che arrivano a trasportare fino a cinquecento persone. Per arrivare a farlo suonare, c’è dietro un lavoro pazzesco». Nelle duecento ore necessarie per costruire un violino artigianalmente, il legno, «un legno orribile, che ha visto acqua, sole, vernici e chiodature» viene scavato e lavorato dall’interno fino ad emettere il suono. La parte esterna, invece, rimane intatta: «Ci teniamo che resti così come l’abbiamo trovata – conclude Zappalà – con tutti i difetti e le screpolature della vernice. Si deve vedere che una volta questo legno era un barcone».
Le venature e i segni di usura tramandano la memoria di chi ha affidato la propria vita al mare. Un Mare Nostrum che, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal 2014 ad oggi conta più di 20mila sommersi, tra morti e dispersi. Cifra che si limita alle sole vittime registrate e che esclude il numero reale di persone che scompare in mare senza lasciare traccia. La rotta del Mediterraneo centrale, un corridoio marino lungo 400 km che collega le coste del Nord Africa all’Italia, è considerata la via migratoria più letale al mondo. I dati relativi agli sbarchi nel 2026 mettono in luce un paradosso: mentre sono calati gli arrivi in Italia, sono aumentate le morti in mare. A confermarlo il report del 15 maggio di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e il Cruscotto statistico del Ministero dell’Interno. «Il numero complessivo degli attraversamenti irregolari continua a diminuire – si legge nel bollettino Frontex – ma il costo umano resta devastante», tanto da rendere l’inizio del 2026 «uno dei più letali dal 2014». Nei primi quattro mesi dell’anno sono stati 8.509 gli sbarchi lungo rotta del Mediterraneo centrale – principalmente cittadini bengalesi, somali e sudanesi, partiti dalla Libia – contro i 15.793 dello stesso periodo del 2025 e i 16.137 del 2024. Parallelamente, secondo i dati Oim, dal 1° gennaio al 7 aprile 2026 sono almeno 765 le persone migranti morte o disperse, contro le 303 del 2025 e gli 807 del 2024. Per il primo trimestre dell’anno, è il numero più alto registrato dal 2014.
Che il flusso di persone migranti non si sia mai arrestato lo conferma Marco Lovato, in prima linea nell’accoglienza con la cooperativa catanese. «A gennaio, dopo il ciclone Harry che ha devastato le nostre coste – racconta – abbiamo saputo di barconi affondati con centinaia di migranti a bordo: nonostante la tempesta, quelle persone erano partite ugualmente e quasi nessuno ne ha parlato». Del resto, la Sicilia, per la vicinanza geografica alle acque internazionali, resta la destinazione principale. Accanto a Lampedusa, che assorbe il 60% degli arrivi via mare, scali come quello di Catania vengono utilizzati regolarmente per le operazioni di soccorso, come nel caso della Sea-Watch a fine gennaio. «Siamo così assuefatti – continua Lovato – che ormai non se ne parla più. Diamo per scontato che ci siano gli sbarchi, che chi arriva rappresenti un problema e che ci sia qualcuno che inevitabilmente non ce la fa».

Ogni strumento porta il nome di chi è morto nel tentativo di raggiungere le coste siciliane
Contro questa rimozione collettiva, ogni strumento costruito dalla cooperativa porta il nome di chi si è perso in mare. «La maggior parte delle persone che muore nel Mediterraneo resta anonima – spiega Zappalà – perché le ricerche per identificarle hanno un costo altissimo e alla fine non vengono mai fatte. Noi, grazie all’aiuto di chi ce l’ha fatta, quando lo strumento è terminato, vi incidiamo qualuno di questi nomi. È una grande emozione, non solo per me e i ragazzi che l’hanno costruito, ma anche per chi lo suona. È l'estensione dell'anima di chi non ce l'ha fatta». Queste viole e chitarre che conservano le cicatrici di una traversata mortifera, tornano a viaggiare nelle orchestre della Sicilia e di tutta Italia. «Abbiamo deciso di prestarli in eventi particolari, ma di non venderli – precisa Lovato – perché crediamo che il loro percorso sia un altro, al di fuori dagli schemi di mercato». L’itinerario è vario e passando da Catania a Verona, da Erice a Piacenza, traccia una mappa che collega il Mediterraneo al Nord Italia: «Un nostro violino ha suonato a Milano, nell'Orchestra Giovanile Cherubini; un altro ha girato parecchio, è stato sul palco del 25 aprile a Bologna, insieme ai Modena City Ramblers, a Palermo, a Rimini, per poi essere suonato e regalato al Ministero degli Interni, a Roma».
È il riscatto ciò che il mare aveva restituito come scarto e che oggi, invece, rinasce in musica. Nelle orchestre e nei festival risuona tutto il dolore del Mediterraneo, facendo riemergere una storia altrimenti condannata all'oblio.

Il rivestimento esterno delle assi viene lasciato intatto, testimone della vita precedente del legno

Il legno dei barconi torna a viaggiare nelle orchestre della Sicilia e di tutta Italia