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Il seminario Istat sul disagio socio-economico bolognese a Palazzo d'Accursio. Terzo da sinistra il prefetto Enrico Ricci (foto di Edoardo Cassanelli)

 

A Bologna esistono dodici "Aree di Disagio socio-economico Urbano" (le cosiddette Adu), sparse sull’intero territorio comunale e non solo ai suoi confini. È quanto emerge dall’analisi dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) sulla città, presentato stamattina a Palazzo d’Accursio, alla presenza del prefetto Enrico Ricci. Si tratta di uno studio (i dati utilizzati sono del 2021 e l’Istat li sta aggiornando al 2023) che si basa su specifici parametri, nove in tutto: anziani soli, mancanza di occupazione o pensione, basso reddito, bassa occupazione, bassa intensità lavorativa, occupati non stabili, bassa istruzione, mancanza di occupati o studenti e abbandono scolastico. Una serie di condizioni che possono portare persone e famiglie a vivere un’esclusione sociale, incidendo così anche sulle loro prospettive future.

«La città di Bologna è suddivisa in tre livelli territoriali: i quartieri storici, che sono sei, le zone, 18, e infine le aree statistiche, 90 in tutto. Le ultime sono ripartizioni del Comune e le abbiamo sfruttate per un primo livello di analisi», riferisce l’esperto Giancarlo Carbonetti, della direzione centrale delle statistiche demografiche e del censimento della popolazione. «Siamo poi andati oltre e abbiamo attuato un secondo livello di ricerca, individuando dodici micro-aree dove il malessere si concentra in maniera maggiore, e sono abbastanza sparse sull’intero territorio comunale».

Nello specifico, le micro-aree sono Pescarola, Cirenaica, Centro Storico, Scalo-Malvasia, Treno alla Barca, Bolognina, San Donato, Savena, Stadio, Pilastro, Croce del Biacco e Battiferro. Si tratta di vere e proprie porzioni urbane, con tanto di vie e frange di popolazione segnalate. Abbastanza scontata la presenza nella lista di Bolognina e Pilastro – rispettivamente di 7.441 e 3.191 individui in stato di disagio – che storicamente presentano da decenni svariate problematiche (si pensi al Pilastro, dove il tasso di istruzione tra adulti e giovani dai 15 ai 29 anni è molto basso). Più impressionante l’esempio invece del Centro Storico, con 3.253 persone in difficoltà, una difficoltà legata a impieghi precari e all’esclusione dal mercato lavorativo.

Sul podio del livello di malessere, registrato dall’indice Istat denominato Idise (appunto Indice di disagio socio-economico), abbiamo al terzo posto Savena con indice di 107,4, al secondo Battiferro, 107,5, e in testa Pilastro, 107,6.

«Abbiamo scoperto che c’è una forte sovrapposizione fra gli edifici Erp (gli alloggi di proprietà pubblica, meglio noti come “case popolari”, ndr) e le Adu. Questo vuol dire una cosa sola: a Bologna c’è un problema strutturale di fondo, è una città diffusamente ricca, dove si sta bene dal punto di vista economico e lavorativo, però ci sono segmenti di gente che soffrono di più in specifiche micro-aree, su cui l’amministrazione dovrebbe intervenire per rilanciare», conclude Carbonetti.

La ricerca rivaluta in questo modo il concetto di periferia, almeno nel senso sociologico del termine, poiché qui non si parla soltanto delle zone esterne, bensì di qualcosa di ben distribuito dal punto di vista spaziale, vicino al centro e bisognoso di un vero senso di comunità.