Basket

Achille Polonara (foto Ansa) 

 

«L’insegnamento più grande che mi ha dato la pallacanestro è stato di non mollare mai, di combattere sempre». Achille Polonara, lascia il basket giocato con parole che pesano più di qualsiasi statistica. Perché dietro il ritiro dell’ex ala della Virtus e della Nazionale azzurra non c’è soltanto la fine di una carriera lunga 18 stagioni ad altissimo livello, ma il percorso umano di un giocatore che negli ultimi anni ha dovuto affrontare due malattie devastanti senza mai smettere di lottare. «Sono stati due begli anni a Bologna ma non troppo fortunati perché segnati dalle due patologie che ho avuto», racconta Polonara a InCronac@ a tre giorno dall'annuncio del ritiro. Un passaggio che fotografa perfettamente il doppio volto della sua esperienza in bianconero: da una parte il trionfo sportivo, dall’altra il dolore vissuto lontano dal parquet, tra ospedali, cure e lunghi periodi di stop. E ora ripete: «Ci ho provato, ma ho capito che non sarei più tornato in campo come prima. Ma forse sul parquet, mi ripresenterò per allenare».

Eppure, anche nel momento più duro, il basket è rimasto il suo rifugio. «Sicuramente il ricordo più bello che ho con la Virtus, anche se purtroppo non ho potuto giocare la finale, è stato vincere lo Scudetto. Quando i compagni di squadra mi hanno portato la coppa al Sant’Orsola, ospedale dove ero ricoverato, è stato un momento molto emozionante, che mi ha aiutato a combattere». Il momento è stato catturato da uno scatto che negli ambienti della pallacanestro italiana è diventata simbolica: i compagni di squadra accanto a uno dei suoi leader mentre combatteva la partita più difficile, quella contro la sua malattia, la leucemia mieloide.

 

Polonara con lo Scudetto e i compagni Virtus al Sant'Orsola (foto Ansa)

 

Polonara aveva già raccontato pubblicamente il peso della malattia e le conseguenze sul suo fisico. «Il corpo non rispondeva», aveva spiegato nei giorni dell’addio, dimostrando la sua volontà a essere ricordato «per il giocatore che ero prima della leucemia». Un dolore che in passato aveva raccontato senza filtri, arrivando a confessare anche pensieri estremi durante il periodo più duro della malattia: «Pensai al suicidio, fu mia moglie a fermarmi». Parole che hanno mostrato tutta la fragilità di un atleta abituato per tutta la vita a correre, lottare e sentirsi invincibile.

L’annuncio del ritiro è arrivato con un lungo messaggio sui social, intenso e diretto come il suo modo di stare in campo. «Grazie a coaches, grazie ai compagni, allo staff medico di ogni squadra dove sono stato per avermi fatto sentire un bravo giocatore ma soprattutto un uomo… grazie a chi mi ha insultato nei social e nei palazzetti, siete stati la mia forza». E ancora: «Ci ho provato, riprendendo gli allenamenti individuali ma capisco che è ora di dire basta al basket giocato perché non sarò più il giocatore di prima».

Parole che hanno colpito tutto il mondo del basket italiano. Perché Polonara non è stato soltanto un giocatore vincente, ma uno dei simboli della Nazionale dell’ultimo decennio. Nato cestisticamente ad Ancona, cresciuto nella Stamura, aveva lasciato presto casa per inseguire il professionismo a Teramo. Poi Sassari, Reggio Emilia, il salto internazionale con il Baskonia, le esperienze in Turchia e in Lituania, fino all’approdo alla Virtus. In azzurro ha collezionato 94 presenze, diventando uno dei volti più riconoscibili della Nazionale.

Sui social, dove da anni si firma “IlPupazzo33”, soprannome diventato parte della sua identità cestistica insieme al numero di maglia che lo ha accompagnato in carriera, Polonara ha scelto parole intime, lontane dalla retorica. Nel messaggio dell’addio c’è tutta la consapevolezza di chi ha capito che il fisico non poteva più sostenere certi livelli, ma anche l’affetto profondo per lo sport che gli ha cambiato la vita. «Vorrei che questo momento non arrivasse mai», ha scritto, prima della frase più dolorosa: «Mi mancherai palla a spicchi». Un saluto semplice, quasi tenero, che racconta meglio di tutto il rapporto viscerale tra l’atleta e il basket.

La pallacanestro, oggi, resta sullo sfondo. Forse non per sempre. Lo stesso Polonara ha lasciato aperta una porta al futuro, spiegando che gli piacerebbe allenare. Ma intanto resta l’eredità di un giocatore che ha attraversato il successo, la malattia, la paura e la rinascita senza mai perdere il rapporto con la gente. E forse è proprio qui che si misura davvero la grandezza della sua carriera. Non nei punti segnati o nelle coppe vinte, ma nella frase che lascia in eredità a chi resta. «Il basket - ripete -  mi ha insegnato a non mollare mai».