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Uno scatto della strage di Bologna del 2 agosto 1980 (foto Ansa)
Storie di rabbia e di passione, di ripicche e gelosie, presenti e passate, tutte decise da un’arma o da un proiettile, da un colpo alle spalle o dalla morsa mortale di chi, dominato dall’odio, si arrogava il diritto di decidere il destino di una vita. Giornalista e decano della cronaca nera, Gianni Leoni, morto lunedì 27 aprile all’età di 87 anni, di storie come queste ne ha raccontate tantissime, svelando retroscena, rivelando strategie, ipotesi e sentenze di un mondo che sempre di più ha abbandonato l’informazione per trasformarsi in intrattenimento. Storica penna bolognese, sempre presente sulle colonne de “il Resto del Carlino-Quotidiano Nazionale”, e de “Il Giornale” di Montanelli in una breve parentesi, Leoni ha apposto la propria firma sui casi che hanno sconvolto Bologna e l’Italia, popolando dibattiti televisivi e cicatrizzando per sempre le memoria collettiva. E a proposito di memoria, ci viene ora naturale ricordare quelle pagine sbiadite dalla polvere del tempo eppure sempre vive, che Leoni, il cui funerale si celebrerà domani alle 10.30 nella Chiesa di San Disma di San Lazzaro, ha riempito con parole chiare e rigorose, ma comunque in grado di fare breccia nel cuore della gente e rispettare quel velo di sacralità che le storie di cronaca nera portano con sé.
Il fiuto per la notizia, l’abilità di scrittura e di lettura, una passione che non conosceva confini. Con questi strumenti che contraddistinguono il mestiere del giornalista, Leoni ha descritto tutte le storie che hanno turbato l’anima e il cuore di Bologna, non potendo mai fare a meno di una cosa: raccontare. Una carriera iniziata a metà degli anni sessanta, quando iniziò la collaborazione con il "Carlino", allora diretto da Giovanni Spadolini, fino a diventare maestro della cronaca, sulla scia di Domenico Bertoli, che lo assunse, e di Enzo Biagi, che lo fece diventare professionista. Un viaggio professionale che lo portò anche a confrontarsi con alcune delle figure di spicco della criminalità e della malavita, come Graziano Mesina da cui ottenne un'intervista esclusiva proprio nel covo in cui uno dei principali latinati italiani si nascondeva da tanto tempo. Che fosse in uno dei vicoli della città, come in quella calda sera di giugno in cui fu trovato il corpo senza vita di Francesca Alinovi, professoressa del Dams, o nel freddo degli Appennini, come nel gelido gennaio del 1984 scandito dalla strage della Rapido 904, Gianni era sempre presente. Perché, come aveva raccontato proprio lui a InCronac@, la cronaca andava fatta «sul posto». E ancora: gli omicidi della Uno Bianca, il massacro del Circeo, il mostro di Firenze e il caso di Cogne. Storie dolorose e macchiate dal sangue di vittime innocenti, che Leoni ha descritto sempre nel rispetto di chi queste storie le ha vissute in prima persona.
Ma c’è un fatto che ha sconvolto più di ogni altro le cronache di Bologna. La strage del 2 agosto 1980, che Leoni aveva raccontato andando proprio in stazione, accompagnato da altre nobili firme del "Carlino" come Florido Borzicchi, Sandro Bosi e Claudio Santini, che pure da poco ci ha lasciato. Una giornata che ha turbato per sempre la memoria della città, che da quella volta non ha mai smesso di chiedersi «che cosa è stato?». Un dramma impossibile da dimenticare, che Leoni aveva ripercorso in un articolo proprio in occasione dei quarant’anni dalla strage, raccontando «le urla e il silenzio. Il sangue sui camici, sulle divise e sull’asfalto. E il rumore grintoso delle ruspe con i cucchiaioni carichi di un impasto di valigie e di stracci, di zoccoli e di vetri, di borse, di macerie e di chissà cos’altro». Urla e silenzio che hanno scolpito nella testa di tutti noi un’immagine tanto tragica quanto indelebile, quell’orologio a muro della stazione che «pareva un compasso aperto sulla strage: 10.25, Bologna registrava il più tragico attentato della storia repubblicana e una serie di pagine nere e contorte come il primo binario sul quale sostavano i resti di un treno e quelli di tanti sogni perduti, 40 anni fa, in un mattino di sole come oggi».
Non solo di cronaca nera e di delitti era modellata però la vita di Gianni Leoni. Se le giornate erano trascorse tra le stanze della questura, le aule dei tribunali e le caserme dei carabinieri, di notte Leoni divideva il proprio tempo libero in un altro mondo, quello dei ristoranti e dei locali, alla costante ricerca di altre storie, di musica e di spettacolo, che toccassero anche le corde più allegre del cuore. Storie che, come racconta la rubrica "Non ti scordar di me", che il giornalista tenne sulle colonne del "Carlino" dal 2008 al 2011, sono finite, volente o nolente, per essere raccontate anche sulle pagine del giornale. Carrellate di interviste e racconti curiosi di personaggi incrociati per motivi di lavori o per ragioni di diletto, Leoni finì per raccontare anche quel campionario umano di figure dello spettacolo conosciute, come l’attrice Carla Astolfi, ma anche meno note al grande pubblico eppure entrate nella vita quotidiana di tutti, come l’ex gestore del mitico Bar Otello, diventato nel tempo vero e proprio covo dei tifosi rossoblù. Perché, se c’è qualcosa di cui un giornalista non può fare a meno, è raccontare storie, ed è proprio così che, più che un mestiere, diventa una ragione di vita.