21 aprile

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la console polacca Agnieszka Gloria Kaminska durante le celebrazioni in Piazza del Nettuno (foto di Paolo Tomasi)

«Bologna è la città dell'antifascismo, oggi ricordiamo la Bologna liberata grazie alla resistenza dei cittadini, delle partigiane e dei partigiani. Vi chiedo di pensare a chi lotta per la libertà in tutti i Paesi del mondo». Sotto la pioggia battente di piazza del Nettuno il sindaco Matteo Lepore celebra così l'ottantunesimo anniversario della Liberazione della città dall'occupazione nazifascista e lo fa unendo l'epica della Resistenza bolognese all'appello perché il ricordo diventi consapevolezza di tutte lotte del presente. Mentre Lepore parla ha alle spalle la lapide in ricordo dei corpi di combattimento dell'esercito italiano nella seconda guerra mondiale e di fronte, sulla facciata di Salaborsa, il mosaico dei volti dei caduti del Memoriale della Resistenza. Intorno al sindaco si stringono a semicerchio gli stendardi delle varie anime del corteo. Nel percorso verso Palazzo Re Enzo i canti partigiani hanno accompagnato i simboli delle forze armate, dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia, dell'Unione delle comunità ebraiche – la Brigata ebraica ebbe un ruolo di primo piano nella liberazione di Bologna – e il gonfalone della città. «Il monumento dietro di me – commenta Lepore - è stato voluto prima di tutto dai cittadini e dalle cittadine, nasce dalla partecipazione popolare. Non ci può essere pace senza rispetto dei diritti umani, non ci può essere convivenza tra gli Stati se non c'è un impegno da parte delle comunità». 

 

Un momento del corteo verso Piazza del Nettuno (foto di Paolo Tomasi)

Anche nel discorso di Daniele De Paz, presidente della comunità ebraica di Bologna, continuano ad alternarsi il ricordo del giorno della Liberazione della Dotta e l'attualità. Da una parte il lessico istituzionale che evoca «l'importanza della memoria collettiva» e dall'altra il richiamo ai toni del dibattito pubblico riguardo le azioni militari di Israele, parafrasi immediata di formule come «l'allarme per il riemergere dei linguaggi d'odio». I riferimenti alla guerra in Medio Oriente si fanno più espliciti quando un piccolo gruppo di manifestanti sostituisce le bandiere palestinesi ai tricolori e contesta l'intervento al grido «Palestina libera, ora e sempre Resistenza». Per De Paz, nel giorno della commemorazione, l'unica Resistenza deve essere quella contro l'occupazione nazifascista, che non andrebbe quindi associata a quella dei palestinesi. Poi, nel corso di un breve punto stampa, risponde indirettamente alle accuse di incoerenza di una piccola parte della piazza. «Non possiamo nasconderci. Ci sono derive preoccupanti che arrivano dai conflitti delle regioni del Medio Oriente e sfociano nel nostro tessuto sociale nella maniera più variegata», commenta De Paz. Le ripercussioni, secondo il presidente degli ebrei bolognesi, sarebbero evidenti in episodi come l'aggressione avvenuta domenica scorsa a Roma in cui un sessantaduenne è stato prima insultato e poi colpito con pugni e calci. Secondo le prime ricostruzioni l'uomo sarebbe stato attaccato perché portava la kippah, il copricapo simbolo della religione ebraica. «Dobbiamo essere capaci di distinguere il tragico valore della guerra e il sentimento che dobbiamo avere contro la guerra. I conflitti non sono la soluzione e allo stesso tempo non devono aprire fronti di intolleranza nelle nostre città e nel nostro Paese. L'Italia non se lo merita», dichiara De Paz. Dopo la contestazione – comunque limitata sia nei toni che nella durata - Lepore cerca di riportare l'attenzione sull'importanza della ricorrenza e ricorda il contributo degli ebrei nella liberazione della città: «Abbiamo fatto una bella cerimonia e tutti hanno potuto esprimere il loro parere. De Paz ha fatto un intervento a cui ho tenuto molto perché la Brigata ebraica ebbe un ruolo determinante e quindi la ringraziamo sempre».

 

Stendardi di alcune delle associazioni riunite in piazza del Nettuno (foto di Paolo Tomasi)

 

Il presidente della comunità ebraica di Bologna Daniele De Paz e sullo sfondo i manifestanti pro-Pal (foto Dire)

Non è stato l'unico intervento determinante di militari stranieri nella liberazione di Bologna. In piazza ci sono anche le bandiere polacche a ricordare il secondo corpo d'armata di Varsavia che, guidato dal generale Wladislaw Anders, per primo fece irruzione nelle strade del centro città. Durante la cerimonia, dal drappello di bandiere rosso-bianche, si stacca Agnieszka Gloria Kaminska, console generale della Repubblica di Polonia a Milano. «Siamo qua per rendere omaggio ai soldati che combatterono e vinsero a fianco delle truppe alleate – racconta Kaminska - Quel giorno di primavera segnò la fine dell'occupazione e l'inizio di una nuova speranza per Bologna, con i polacchi che non entrarono in città da conquistatori ma da liberatori. Portavano sulle spalle il peso di una patria lontana e nel cuore una fede incrollabile nei valori della libertà, della dignità umana e della giustizia».

Percorrendo Strada Maggiore in senso opposto rispetto a quanto fatto dai militari il 21 aprile del 1945 si arriva all'ultima tappa delle celebrazioni della mattinata. Dopo aver combattuto duramente le truppe tedesche, i polacchi arrivarono in città da Porta Maggiore, dove Kaminska e Michele Campaniello, assessore alla mobilità e ai trasporti di Palazzo d'Accursio, si incontrano per deporre una corona di fiori sotto la targa che ricorda il loro ingresso. Ad accompagnare l'omaggio delle autorità stavolta non c'è la tromba dell'alzabandiera ma il passo di marcia scandito al rullante da un bambino polacco. La cerimonia è sobria, nella piccola folla radunatasi di fronte alla lapide prevale la commozione dei tanti polacchi al ricordo della Resistenza. Le autorità della città restano in seconda fila in un momento che ha anche la dimensione del cordoglio per le centinaia di soldati che morirono portando le insegne dell'aquila bianca durante la marcia di liberazione della via Emilia verso Bologna.

 

L'assessore Michele Campaniello alla commemorazione dell'ingresso in città dei militari polacchi (foto di Paolo Tomasi)