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Colonne di fumo in Iran dopo i recenti bombardamenti (foto Ansa)

Oggi la catena di comando iraniana ha perso nel conflitto Ismail Khatib, ministro dell'Intelligence. L'omicidio mirato si aggiunge a quelli di altre due figure chiave morte ieri nei bombardamenti di Usa e Israele: Ali Larijani, capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, e Gholamreza Soleimani, comandante delle milizie paramilitari Basij. Mentre i civili di tutto il Medio Oriente soffrono, in America il Presidente Donald Trump comincia a soffrire il dissenso interno. Emblematicche le dimissioni di Joe Kent, il capo dell'antiterrorismo statunitense: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. Il paese non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti ed è chiaro che questa offensiva sia stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana», ha dichiarato. La risposta del Presidente? «Felice che sia fuori». 

Queste vistose crepe nel fronte statunitense, che voleva una guerra-lampo utile per un cambio di regime in Iran supportato dalla popolazione civile, dimostrano che la situazione ha ormai preso pieghe dalle ripercussioni geo-politiche ed economiche globali. A differenza dello scorso anno, dove gli attacchi si sono limitati a tre siti nucleari, i bersagli sono stati i centri del potere politico e religioso. Nelle prime ventiquattr’ore è avvenuta un’eliminazione mirata delle figure politiche, militari e religiose iraniane, prima con l’uccisione di Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, e poi di Mohammad Pakpour, comandante delle forze terrestri dei Pasdaran – la milizia fedelissima alla guida suprema – Abdolrahim Mousavi, capo dell’esercito regolare e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa. 

Numerosi anche i morti civili. Il ministero della Salute iraniano finora conta 15.551 feriti e 1.444 morti, tra cui 168 studentesse e il personale di una scuola femminile a Minab, colpita da un missile la cui origine non è ancora accertata, anche se alcuni rapporti indicano le forze armate statunitensi quali responsabili. A questi si devono aggiungere le mille vittime, numero condiviso da "Al Jazeera", delle rappresaglie iraniane verso Israele – in gran parte intercettati – e verso molte economie del Golfo, tra cui Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq. Molti missili e droni erano diretti verso basi militari statunitensi  (coinvolti in un paio di casi anche gli insediamenti militari dell'Italia, senza alcun ferito), ma sono stati coinvolti anche obiettivi civili e petroliferi, ragione che spinge molti analisti a ipotizzare una volontà da parte dell’Iran di destabilizzare il supporto della regione verso gli Stati Uniti e allargare il più possibile le conseguenze economiche del conflitto (vedasi i danni a QatarEnergy).

In tal senso si colloca il blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, dove passa ogni giorno un quinto di tutto il commercio marittimo di petrolio a livello mondiale. Le navi sono rimaste bloccate a causa di ripetuti attacchi dell’esercito israeliano, interrompendo le esportazioni petrolifere e facendo superare più volte nel tempo il prezzo del greggio oltre  i cento dollari al barile.

Sul fronte politico occidentale si è registrata la destabilizzazione maggiore, a partire dallo stesso Trump. Il presidente statunitense ha avviato l’offensiva senza avvisare gli alleati e poi, quando la guerra si è rapidamente allargata, ha chiesto il supporto militare di paesi Nato e Onu per intervenire nello stretto di Hormuz, ricevendo risposte caute o negative. In risposta, Trump ha dichiarato tramite conferenze, post sulla piattaforma "Truth" e un'intervista al "Corriere della Sera" che «andiamo alla grande nella guerra, stiamo stravincendo. Non mi sorprende che molti non vogliono essere coinvolti, ma non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno. Ci ricorderemo del rifiuto degli alleati: noi abbiamo aiutato con l’Ucraina e loro non aiutano con l’Iran».

Per quanto riguarda l'Italia, la maggioranza di governo ha escluso in blocco l’ipotesi di un coinvolgimento del Paese nella guerra, limitandosi a mantenere un ruolo non belligerante, privilegiando la cooperazione e la sicurezza dei cittadini. Ospite a "Rete4", Giorgia Meloni ha riassunto così la sua posizione sugli ultimi sviluppi: «Quello che noi possiamo fare adesso è rafforzare la missione Aspides (che protegge le navi petrolifere dagli attacchi degli Houthi, ndr). Intervenire nello Stretto di Hormuz vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento, cosa che noi non vogliamo».