verso il voto

Il tavolo della conferenza alla casa di quartiere Katia Bertasi (foto di Paolo Tomasi)

 

«Se ci fosse da fare una riconsiderazione sulla situazione attuale dovremmo andare verso un aumento dell'importanza del ruolo del Pm, non verso una sua subalternità». L'ex direttore generale per la Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli guida il fronte del "No" in uno degli ultimi appuntamenti della campagna referendaria e lo fa richiamandosi alle prerogative dei magistrati così come formulate nella Costituzione: «Il peccato originale è contenuto nell'articolo 109, soprattutto nella parte che stabilisce che la magistratura dispone della polizia giudiziaria. Nella mia carriera ho visto più volte il Pm essere prigioniero della polizia giudiziaria di quanto quest'ultima fosse prigioniera del Pm».

Nella conferenza alla sala di quartiere Katia Bertasi, alle riflessioni dell'ex prefetto, si associano gli appelli di Francesco Caleca, ex procuratore aggiunto di Bologna, e di Roberto Cornelli, professore di Criminologia dell'Università Statale di Milano. L'elemento comune negli interventi degli esponenti del "No" è il timore che, attraverso la riforma della giustizia, l'attuale maggioranza possa creare le condizioni per poter influenzare i Pm. «La paura viene dal fatto che chiunque voglia controllare il lavoro dei pubblici ministeri debba necessariamente partire dal distaccarli dal ruolo dei giudici», commenta Caleca, che aggiunge: «Non ho certezza che vogliano effettivamente andare verso questo scenario, ma so che la separazione delle carriere sarebbe il primo passaggio nel caso volessero farlo».

Secondo Caleca è necessario mettere sempre al centro del dibattito il rispetto del testo  costituzionale tenendo conto del fatto che la scelta dei termini è frutto di una ponderazione che risponde a delle precise valutazione dei Costituenti. «Mi ha colpito che nella Costituzione si parli di sicurezza sempre associandola alle libertà – riflette Caleca - Il dialogo fra queste due dimensioni è sempre centrale. Questa è una misura che anticipa una riduzione delle libertà e forse il primato della sicurezza su queste ultime».

Proprio sulla definizione del concetto di sicurezza nelle varie forme di governo si inserisce l'analisi di Cornelli: «Il concetto di sicurezza si è evoluto nel tempo. Prima con Hobbes lo stato cercava di garantire la libertà dei cittadini controllando la violenza, poi con l'Illuminismo si introducono i contropoteri, i limiti a questa prerogativa, e infine, con lo stato sociale, si cerca l'uguaglianza dei cittadini nel diritto».

Per Cornelli se vincesse il "Sì" si correrebbe il rischio di tornare a una concezione preilluministica della sicurezza perché, nei fatti, si andrebbe a delegittimare quei contropoteri che possono limitare l'azione dello stato: «Questa riforma lascia trasparire una forte insofferenza per la legge in quanto è anche limitazione del potere. La legalità diventa alternata. Vale quando sei cittadino ma non quando governi o comunque nei confronti del potere politico vale meno».