L'intervista
Fio Zanotti intervistato al Master di giornalismo dell'Università di Bologna (foto di Federica Cecchi)
Ha lavorato con i più grandi della musica italiana. Da Celentano, a Vasco, Renato Zero ma anche Gianni Togni, Milva e Vanoni. Arrangiatore, compositore, produttore e direttore d’orchestra, Fiorenzo “Fio” Zanotti rappresenta l’artigiano che coniuga la precisione del Conservatorio con l’istinto delle jam notturne fino a Sanremo. Quest’anno non tifa per nessuno se non per «la musica» e porta, lo ha annunciato Carlo Conti, un brano realizzato con Mogol sulla cucina italiana, che canterà Al Bano con il coro dell’Antoniano e di Caivano. Per ogni canzone una storia: da “Donne” di Zucchero, al “Canto del sole inesauribile” per Placido Domingo sulle parole di Wojtyla. Dietro c’è il “tocco di Fio”, che lui chiama «arrangiamento preparato psicologicamente». Cresciuto tra le auto del garage paterno in via degli Orti e l’organo Hammond suonato nei club, Zanotti si fa portatore del segreto della melodia italiana.
Maestro, come si riconosce il tocco di Fio Zanotti in una canzone?
«L’arrangiamento deve essere psicologicamente preparato, per esempio “Ti lascerò” di Anna Oxa, vincitrice del Festival in coppia con Fausto Leali nel 1989. Parte dalla base con un gancio musicale che rilancia tutta la canzone. A trequarti c’è un crescendo e il finale è ancora meglio dell’attacco. È tutto studiato in maniera psicologica».
In che senso?
«Per “Ti lascerò” passai tre giorni da solo al pianoforte finché non trovai quell’intro di piano: in quel momento sapevo già cosa avrei fatto per i restanti tre minuti e mezzo (e mentre lo dice mima l’arrangiamento con bocca e mani, strimpellando su una tastiera immaginaria, ndr)».
Ha collaborato con i più grandi. Chi le somiglia di più e chi è il più “facile” con cui lavorare?
«Sono tutti simili e siamo tutti “folli autentici”. Con Adriano Celentano, una volta eravamo in studio in fase di produzione di una canzone e Adriano continuava a ripetermi di “togliere il click”, che poi sarebbe il metronomo. Io gli risposi che lo avevo già eliminato e lui, con il suo tipico charme, mi rispose prontamente “beh, toglilo ancora”».
Sempre d’accordo su tutto?
No, anzi. Una volta discutemmo per un arrangiamento di archi che lui non ricordava di avermi commissionato. Continuava a ripetere che erano “bellissimi” e che dovevo rifarglieli uguali. Ma erano quelli che gli avevo fatto io, anni prima. Poi però ci mettemmo d’accordo e Claudia Mori ci diede la sua benedizione».
Poi Vasco Rossi, Renato Zero…
«Con Vasco sono stato più arrangiatore che produttore, lavorando spesso con Guido Elmi. Con Renato invece c’è un’amicizia storica da quando Loredana Bertè ci presentò. Per il disco “La curva dell’angelo” vissi a casa sua per tre mesi».
Con lei hanno lavorato, solo per citarne alcuni, anche, Anna Tatangelo, Fiorella Mannoia, Milva, Anna Oxa, Ornella Vanoni, Eros Ramazzotti, Pooh, Marcella Bella, Ivana Spagna, Al Bano & Romina Power, Francesco De Gregori, Claudio Baglioni. Cosa la spinge a non fermarsi?
«Quando sento questo elenco mi prende un po’ di paura. Ma il mio motto è “siamo sempre all’inizio”. Il successo è già successo; quello che conta è cosa farai tra cinque minuti. Io da grande volevo fare il calciatore e lo vorrei ancora, ma la musica è stata una vocazione precoce: a quattro anni suonavo l’armonica e a cinque la fisarmonica. Mio padre però diceva che il musicista non era un lavoro, così per dieci anni ho lavorato nel suo garage spostando e lavando auto di giorno, studiando da autodidatta e suonando di notte».
E poi, cosa accadde?
«Solo dopo il militare capii che dovevo studiare seriamente in Conservatorio per imparare a scrivere davvero la musica per orchestra. La musica è una magia estrema, come il calcio. Il pallone non rimbalza mai allo stesso modo. Mi emoziona oggi ancora più di quando ho iniziato».
È vero che fu uno dei primi a lavorare con Zucchero?
«Sì, mi chiamò Mogol e mi “mandò” questo giovane, lui non aveva tempo in quel momento. Zucchero mi disse che metà del suo disco era già stato prodotto in America da Randy Jackson, poi era dovuto tornare in Italia. Insomma, gli mancava mezzo disco. A me piaceva, andammo a Milano e lavorammo su “Donne”. All’inizio durava otto minuti. Tagliammo il nastro, una cosa davvero complicata, e la portammo a quattro. Poi mancava il sax e il nostro sassofonista di allora, un jazzista puro, faticava a suonare una melodia cantabile. Mi chiusi in una stanza con un pianoforte e in quindici minuti scrissi il solo. Il pezzo con quel sax era perfetto. Ma andammo a Sanremo e Zucchero arrivò penultimo».
Il segno che anche il “tocco” di Zanotti ogni tanto sbaglia?
«Tutti sbagliamo, però, dopo sei mesi, “Donne” era prima ovunque».
La sua carriera l’ha portata a confrontarsi con i più grandi palcoscenici del mondo. Quali sono state le esperienze che hanno segnato maggiormente il suo percorso?
«Ho avuto il privilegio di dirigere la London Symphony Orchestra e di collaborare con icone come Sting ed Eric Clapton, in occasione del Pavarotti & Friends. Un altro momento altissimo è stato nel 2008, quando ho trasposto in musica una poesia di Papa Karol Wojtyla; quel brano, interpretato da Placido Domingo e Andrea Bocelli, è diventato “Canto del sole inesauribile” ed è stato inserito nell’album di Domingo “Amore infinito”, arrivò primo nelle classifiche americane».
Lei è un polistrumentista: quando approccia un nuovo pezzo, qual è lo strumento da cui parte sempre l’intuizione?
«L’intuizione può nascere da tutti gli strumenti, o anche solo nella testa. Per esempio, per il mio nuovo brano “Babylon”, l’idea è nata una sera stando semplicemente vicino al pianoforte. Per “L’emozione non ha voce”, invece, tutto è partito dalla ricerca della velocità giusta. Se trovi il tempo perfetto, il brano comincia a stare in piedi da solo».
Quale è stato il migliore Sanremo? Lo guarda ancora? Per chi fa il tifo?
«Tutte le edizioni hanno la loro magia, nel bene e nel male. Farò il tifo per la musica e per la canzone che sappia far sognare».
Perché Sanremo fa parte della storia italiana?
«Perché ha regalato momenti di genialità assoluta come “Nel blu dipinto di blu” (conosciuta anche come “Volare”, ndr) di Domenico Modugno. Quella canzone è un’unicità mondiale, nata dall’istinto puro. Sanremo è lo specchio della nostra melodia, che è la nostra forza rispetto al resto del mondo».
Ha lavorato anche con Modugno?
«Avrei dovuto fare un disco a cui avrebbero partecipato tanti artisti, mi ricordo che andai a trovarlo a casa mentre stava già male. Nonostante la malattia si ricordava a memoria tutte le tonalità delle sue canzoni. Due giorni dopo il nostro incontro comprai il giornale e vidi una foto della sua casa, il titolo: è morto Domenico Modugno. Fu un duro colpo».
Ha messo le mani su molte canzoni che hanno vinto Sanremo. Tra queste quelle cantate da Anna Oxa e Maiello che ora però non si sentono più in giro. Perché un cantante a un certo punto scompare?
«La musica è una cosa seria e difficile. Servono continuità e rigore. Se dopo un grande successo non hai un altro “pezzo a 100” che arrivi subito dopo, rischi di cadere. Spesso i ragazzi dei talent pensano di essere già arrivati, ma se non hanno “roba forte” sotto, quando si spengono i riflettori il rischio è che manchi loro la terra sotto i piedi».
Recentemente Laura Pausini è stata criticata per la sua esecuzione dell’Inno italiano nazionale all’apertura delle Olimpiadi di Giochi olimpici invernali Milano-Cortina. Cosa ne pensa?
«Chi la critica si sbaglia, ed è meglio che mi fermi. Laura è una star mondiale che continua a macinare un successo dopo l’altro, viene cantata e apprezzata in tutto il mondo ed è un’artista vera, ha una voce incredibile e un cuore che pompa musica ogni giorno».
Da quando la segue?
«Al suo primo Sanremo (quello del 1993, Pausini aveva 18 anni, ndr) fui l’unico a scommettere, nell’albergo in cui alloggiavamo, sulla sua vittoria e vinsi un milione di lire. Andò molto bene e si impose nella categoria nuove proposte con la canzone “La solitudine”».
Ma passiamo al “suono di Bologna”. Quanto ha influito la città e la sua vivacità culturale nella sua estetica musicale?
«Tutto. Bologna è una fede. Il suono bolognese è nato dalla fusione tra i musicisti del Conservatorio e la magia di studi come la Fonoprint e la Maison Blanche di Modena. E poi c’è stato Lucio Dalla. Lui mi ha insegnato che la genialità risiede nella semplicità. Brani come “Caruso” hanno tre accordi che tutti possono suonare, ma che emozionano profondamente».
E da bolognese, come è stato muovere i primi passi musicali in questa città che ha sempre dato tanto alla musica?
«Quando lavoravo nel garage di mio padre, un dipendente fan dei Judas (il primo gruppo di Zanotti, ndr) mi disse che cercavano un organista, io però suonavo la fisarmonica. Mi prestarono un organo Vox e di giorno lavoravo, di notte imparavo a suonarlo. Feci le prove e mi presero, furono Martò e Carotta a volermi. Poi, prima di partire per il servizio militare Jimmy Villotti mi chiese se, una volta tornato, mi andasse di suonare con lui. Per me era un sogno perché avrei avuto la possibilità di suonare con uno dei più grandi jazzisti italiani di sempre».
Come andò?
«Con lui andammo a Rimini e ci esibivamo dopo la Formula 3, la band che accompagnava Battisti. Facevamo jam session fino a tarda notte e lì conobbi moltissimo altri musicisti. A un certo punto, il nostro impresario di allora, Willy David, ci mandò a suonare al Festival del Rock di Villa Pamphili. Quel genio di Villotti ci prese in disparte e ci disse “ragazzi, sol maggiore” e improvvisammo tutto il pezzo. Io suonavo l’organo Hammond. Il giorno dopo, sul giornale Ciao 2001 a tutta pagina c’era scritto “Rivelazione del Festival di Villa Pamphili: Jimmy M.E.C. Ottimo l’organista del gruppo”. Sono stati questi i miei primi passi».
Come vede l’Italia nel panorama musicale internazionale?
«A volte siamo all’altezza, a volte no. Spesso all’estero, anche nel rap, senti che gli accordi “girano” meglio. Noi però siamo i maestri della melodia, non ce n’è per nessuno, e dobbiamo usare questa fortuna per migliorare le produzioni. Ma in ogni caso, che sia all’estero o in Italia, quello che conta è l’istinto. È fondamentale e vincerà sempre. Se sei convinto della forza di ciò che hai creato d’istinto, riuscirai a convincere anche gli altri».
Esiste un genere musicale che non ha mai esplorato e che la affascina?
«Vorrei approfondire il jazz e la musica classica, ma non basterebbero dieci vite. Sono affascinato da Oscar Peterson, Bill Evans e Béla Bartók. Sulla techno ho già pronti 70 pezzi, quindi non mi pongo limiti».
Esiste una canzone di un suo collega che avrebbe voluto arrangiare?
«Nella vita, oltre a voler fare il calciatore, mi sarebbe piaciuto arrangiare “Brividi” di Mahmood e Blanco (canzone vincitrice di Sanremo 2022, ndr). È un pezzo che mi ha emozionato molto, ha grande cuore ed è curato nei minimi particolari. Mi rivedo molto nell’arrangiamento di Michelangelo, pseudonimo di Michele Zocca».
Ha vissuto l’epoca d’oro dei grandi studi di registrazione, cosa si è perso oggi in termini di “magia” lavorando, a volte isolati, negli home studio?
«Il sistema è cambiato in maniera radicale. Innanzitutto, avere molti musicisti in studio oggi ha costi proibitivi. In secondo luogo, la tecnologia è cambiata. Ora con i computer si può fare tutto. Il mio, che ho chiamato “Johnny Pompa” ha tutti i plug-in che mi servono per comporre un brano. Ma ho imparato a non farmi dominare dalla tecnologia».
Poi c’è il problema del click, il metronomo digitale.
«È la distruzione del cuore perché uccide la dinamica, o meglio, la libertà di accelerare e rallentare respirando insieme alla musica».
Qual è l’errore più comune che commettono i produttori oggi, nell’era del digitale e come si bilancia la modernità con la melodia classica?
«L’errore è affidarsi troppo alla tecnologia. Un brano deve emozionare prima al pianoforte o alla chitarra. Se la produzione finale suona peggio della versione acustica, il produttore ha fallito».
Ha lavorato anche in televisione. Com’è ora?
«La Tv è straordinaria se c’è qualità, come nei programmi di Celentano o Panariello. Oggi per la musica ci sono quasi solo i talent show come “X-Factor” o “Amici”. Sono meravigliosi ma uno su cento ce la fa».