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Marco Cucco, Coordinatore del Corso di Dottorato in Arti, storia e società dell’Università di Bologna (foto concessa dall'intervistato)

 

Istituzionale, tradizionale, nostalgica. Con queste tre parole chiave Marco Cucco, coordinatore del Corso di Dottorato in Arti, storia e società dell’Università di Bologna, ha valutato la prima serata del Festival di Sanremo, giunto quest’anno alla sua settantaseiesima edizione. Una prima serata recepita tiepidamente sia dalla critica che dal pubblico, fenomeno che per Cucco risulta fisiologico. «La prima è spesso la più difficile, anche perché le canzoni vanno metabolizzate», dice. 

Come ha trovato questo Sanremo 2026?

«Istituzionale. Devo dire che ho sofferto la lunghezza, basterebbe togliere un paio di artisti per renderlo più equilibrato, altrimenti quelli che si esibiscono per ultimi rimangono sempre un po’ danneggiati. Non è stata comunque una serata entusiasmante».

Che ne pensa della doppia conduzione di Conti e Pausini?

«Carlo Conti una certezza. Laura Pausini all'inizio incerta, ci ha messo un po’ a sciogliersi, ma poi è apparsa a suo agio. Il palcoscenico di Sanremo incute sempre un certo timore, e le è stato chiesto di fare qualcosa che non riguarda propriamente il suo mestiere. Ha comunque dimostrato, nel corso della serata, di saper tenere il palco, anche grazie alla sua lunga carriera. Avrei apprezzato se le fosse stato dato un po’ più spazio: avrebbe potuto essere più conduttrice e meno “spalla”, ma questo per le figure femminili è tradizionalmente difficile a Sanremo. Non credo però sia stata in alcun modo ridotta a un ruolo marginale o censurata».

Alcuni critici hanno notato che i tributi sono stati molto concentrati e a tratti rapidi. Ha avuto la stessa impressione?

«In parte sì. Avendo cinque serate a disposizione, forse si potevano diluire. È vero che Sanremo deve tantissimo a figure quali Pippo Baudo, Peppe Vessicchio, Angela Luce, ma concentrandoli tutti nella prima parte della prima serata ha dato un tono molto nostalgico, uno sguardo più rivolto al passato. Per fortuna sono arrivate le canzoni che ci hanno proiettato nel futuro».

A proposito dei brani, qual è il suo preferito?

«Premetto che sono uno studioso di cinema e non di musica, quindi parlo a titolo personale. Fra i brani che ho ascoltato “Stupida sfortuna” di Fulminacci è quello che mi ha stupito di più, insieme a “Che fastidio!” di Ditonellapiaga. Nel repertorio di quest’anno ho visto tanti nomi emergenti, meno noti rispetto ad altre edizioni. Questa nota di novità equilibra bene l’anima più tradizionale del festival. Ho grande attesa per la serata cover, che ogni anno riesce a stupire valorizzando, nel contesto dei duetti, brani del passato, talvolta dimenticati, e che a partire da questa serata intraprendono una nuova vita.».

Come lo scorso anno, venerdì organizzerete con l’università la visione collettiva del festival a Palazzo Marescotti. Che cosa vi aspettate?

«L’anno scorso è stata una sorpresa: abbiamo organizzato l’iniziativa poco prima della serata e abbiamo avuto una risposta enorme, tanto da dover aprire altre aule per accogliere tutti. Quest’anno ci siamo mossi per tempo e ci aspettiamo una partecipazione analoga o persino maggiore. Per noi l’università non è solo un luogo dove si svolgono le lezioni, ma uno spazio di convivialità da condividere con docenti, studenti, famiglie e tutta la cittadinanza. Naturalmente, essendo in un contesto accademico, offriremo qualche spunto critico, ma l’obiettivo principale è divertirsi».

Come sarà strutturata la serata?

«Condurrò io insieme a una collega docente di cinema, la prof. Anna Scalfaro, e a uno studente che sta scrivendo la tesi proprio su Sanremo. Saranno presenti altri docenti del dipartimento, che forniranno il loro punto di vista. Vorremmo rendere l’evento interattivo, facendo scaricare un’app al pubblico attraverso la quale raccoglieremo in tempo reale le opinioni del pubblico sulla serata tramite sondaggi».