ecologia

Il mercato del lunedì, in piazza VIII agosto (Foto di Sofia Pellicciotti)

 

«Siamo un salvagente per i piccoli produttori della Valsamoggia, perché spesso le filiere corte vengono escluse dai finanziamenti europei e nazionali. Abbiamo creato anche un nostro marchio di garanzia, o meglio un anti-marchio, che si chiama "Genuino Clandestino"». Germana Fratello è tra le fondatrici di Campi Aperti, la rete di piccoli produttori dell’Appennino che da oltre vent’anni promuove a Bologna un modello agricolo basato su filiera corta, sostenibilità e autogestione. L’associazione rappresenta un’alternativa alla grande distribuzione organizzata e si è consolidata nel tempo grazie ai cinque mercati settimanali diffusi nei quartieri della città, tra cui piazza VIII Agosto, via Paolo Fabbri e piazza Lucio Dalla. Qui, tra le bancarelle di vino e verdura, il cibo diventa socialità e rafforza la relazione diretta tra produttori e consumatori. 

 

Come nasce Campi Aperti?

«Siamo nati nel 2000 come collettivo di contadini della Valsamoggia. Facevamo agricoltura biologica di piccola scala e vedevamo che le nostre scelte di produzione non venivano riconosciute nel mercato. A un certo punto abbiamo sentito la necessità di creare uno spazio autonomo che ci permettesse di controllare non solo la parte della produzione, dove gli agricoltori fanno possono fare le loro scelte, ma anche l’aspetto commerciale».

 

Così sono nati i primi mercati...

«Sì, abbiamo iniziato nello spazio sociale dell’XM24, che allora non era ancora occupato ma era in concessione. Poi il Comune ci ha chiesto una regolamentazione dei nostri mercati informali e abbiamo creato l’associazione. Erano gli anni del G8 di Genova e dei Social forum, cercavamo di fare rete tra piccoli produttori che condividevano la stessa visione. All’inizio eravamo una ventina di persone, tre o quattro aziende agricole. Poi però il mercato ha iniziato ad essere frequentato e ci siamo allargati. Oggi siamo più di cento realtà, e ogni anno ci arrivano tra le dieci e le quindici richieste di adesione»

 

Qual è la vostra filosofia?

«In realtà ci chiamiamo "Campi Aperti per la sovranità alimentare". E questo nome negli ultimi anni ha creato tanti equivoci anche nel momento in cui ci siamo ritrovati con un Ministero di destra con lo stesso nome. La sovranità alimentare è uno dei nostri cardini e nasce dal riconoscimento dei danni sociali e ambientali che derivavano dalla globalizzazione del cibo. Che non è più in mano alle comunità locali ma alla le grandi filiere capitaliste. Siamo nati all'interno di un gruppo molto politicizzato, per poi diventare uno spazio meno legato a questo discorso, frequentato anche da persone a cui semplicemente piace fare la spesa nel nostro mercato»

 

Questo modello funziona? 

«Sì, c'è stata una veramente grossa risposta. Non è stato immediato, però a un certo punto la cosa è decollata e abbiamo avuto un bel sostegno da parte della cittadinanza. I bolognesi ci hanno dato la conferma che c'era un bisogno sentito da molti, al quale noi abbiamo risposto. Poi la nostra rete è come un salvagente: senza molte piccole aziende non sopravviverebbero»

 

Come siete organizzati?

«L’associazione si basa sull’autogestione. Inizialmente c'era solo l'assemblea del mercato, rigorosamente aperta a cittadini e ai frequentatori del mercato. Non abbiamo mai concepito l'autogestione di una filiera incentrata solo sulla parte della produzione, bensì sull’intera comunità. Per noi le decisioni devono essere condivise da tutti, vogliamo che non solo chi coltiva ma anche chi mangia determini i processi di produzione. Quando ci siamo allargati, abbiamo creato altri gruppi di lavoro, anche grazie all’aiuto di Mag 6 di Reggio Emilia, un'associazione che si occupa di mutualità e prestiti a quelle realtà che condividono i principi dell'economia solidale»

 

Che rapporto avete con l’amministrazione? 

«Ambiguo. Sulla carta il Comune di Bologna è in linea con i nostri principi, dice sì al biologico e sì alla salvaguardia della rete locale. In realtà poi siamo perennemente in difficoltà, perché quando vogliamo aprire un nuovo mercato cominciano le difficoltà infinite per avere lo spazio. I permessi, l’accesso ai mezzi, mille complicazioni e smettono di risponderci al telefono e alle mail. La relazione con l’amministrazione ci richiede molto lavoro, noi poi abbiamo sempre mantenuto la nostra autonomia e questo non ci ha creato grandi simpatie»

 

Ci racconti di "Genuino clandestino"? 

«Quando il Comune ci ha chiesto la regolarizzazione, ci siamo resi conto che vendevamo molti prodotti non autorizzati, nel senso che non rispettavano una serie di normative di mercato che solo i grandi distributori riescono a rispettare. Ma non si trattava di prodotti pericolosi e abbiamo deciso di rivendicare questo essere “fuori legge” e di spiegarlo alle persone in maniera trasparente . Così è nato Genuino clandestino, un anti-marchio che dice “Ti garantisco che questo prodotto non è a norma”. Parallelamente c’è stato un percorso molto lungo con la Regione per permettere alle piccole realtà di non incorrere in questo tipo di problema. Nel frattempo, Genuino clandestino ha avuto risonanza a livello nazionale, ed è diventato un movimento»

 

 

Germana Fratello (foto concessa dall'intervistata)