Occupazione

Stabilimento Bonfiglioli a Calderara di Reno (foto concessa dall'azienda)

 

«L’azienda ha fatto una scelta strategica e ha deciso di modificare l'organizzazione del lavoro senza nessun confronto preliminare con le rappresentanze dello stabilimento di Calderara. Non c’è stato nessun preavviso e adesso in circa 60 rischiano di perdere il posto di lavoro». Dalla segreteria della Fiom-Cgil Bologna, Pasquale Di Domenico denuncia il progetto di automazione del magazzino di Calderara di Reno, all’origine scontro che si è aperto giovedì tra sindacati e Bonfiglioli Riduttori. L’azienda della presidente di Confindustria Sonia Bonfiglioli, infatti, ha presentato un piano di investimenti da più di tre milioni di euro che interessa la logistica aziendale e che si traduce nel mancato rinnovo del contratto in scadenza al 31 dicembre con la società esterna Bcube, e un rischio di esubero di oltre 60 dipendenti. «Per noi il lavoratore dell'appalto ha la stessa legittimità degli altri – continua Di Domenico –. La nostra posizione è che non ci debba essere nessun licenziamento, soprattutto a seguito di un investimento e non di una crisi». Dopo lo sciopero dei lavoratori indetto lo scorso venerdì, il tavolo di Confindustria convocato con i rappresentanti degli operai ha programmato un confronto lunedì 2 marzo. Il braccio di ferro è sulla responsabilità sociale dell’impresa nel territorio in cui è radicata, e il precario equilibrio tra tecnologia e tutela occupazionale. 

 

Nel frattempo la Bonfiglioli Riduttori si difende: «Non stiamo mandando a casa nessuno, perché i magazzini sono gestiti da personale esterno che avrà un anno di tempo prima del licenziamento – è la spiegazione dell'azienda meccanica bolognese –. Abbiamo disdetto un contratto perché vogliamo internalizzare la gestione dei magazzini, che ancora funzionano come 80 anni fa, con un carico di lavoro molto pesante per gli operai». Un processo automatizzato, secondo l'azienda, risolverebbe questo problema e porterebbe a un «recupero di produttività, che è il grande problema di questo paese.  Non possiamo permetterci di andare fuori mercato e in più creeremo nuovi posti di lavoro per professionisti che abbiano voglia di rimettersi in gioco». L’investimento prevede, infatti, anche una formazione del personale, attinto preferibilmente dal bacino di quei 60 operai lasciati a casa. Per chi resta fuori dalla formazione, invece, al momento solo promesse vaghe: «È ovvio che questo comporta una riduzione del personale, però la società si sta muovendo per avviare dei progetti di ricollocamento per queste persone. L'accordo deve ancora essere firmato, ma se tutto va bene potrebbero non esserci impatti sui dipendenti, che siano Bonfiglioli o esterni». 

 

Ma i sindacati, senza vere garanzie per i lavoratori a rischio, non ci stanno. Mentre per l'azienda bolognese «è un peccato che Fiom abbia tirato fuori questo caos prima dell’ufficializzazione del progetto», Di Domenico ribatte che «il confronto è partito solo perché i lavoratori si sono mobilitati. Un investimento in innovazione non può produrre delle crisi occupazionali. Per la qualità delle aziende che ci sono su questo territorio, c'è la possibilità di non lasciare indietro nessuno: né gli operai con la divisa Bonfiglioli, né chi in appalto ha contribuito per 30 anni al successo di quell'azienda. I lavoratori hanno capito che è un problema che riguarda tutti – conclude –. In ballo c’è l’approccio sul tema degli investimenti, della digitalizzazione e dell'automazione di fronte alle tutele occupazionali».

 

 

 

Pasquale Di Domenico (foto concessa dall'intervistato)