Recensione
“Vivere, che rischio” (ritaglio della locandina del documentario)
Vivace, colorato, a tratti intimo e posato. In poco più di un’ora e venti, “Vivere, che rischio” (2019) dei registi Michele Mellara e Alessandro Rossi racconta la storia di Cesare Maltoni, oncologo faentino, operativo a Bologna, e pioniere degli studi sulla cancerogenesi ambientale e industriale e sulla prevenzione dei tumori, scomparso venticinque anni fa, il 22 gennaio 2001. Una vita spesa a dimostrare la tossicità di molte sostanze chimiche, tra cui l’amianto, il cloruro di vinile e il benzene. Illustrata ora con riprese originali dell’epoca, ora con testimonianze di colleghi, ora ricreando ambienti e momenti precisi della sua esistenza, come se fossero dei set cinematografici o delle scenografie teatrali.
Tutto comincia dalla fine, in una sera d’inverno del 2001, nel soggiorno di casa Maltoni. Un fittizio Cesare, a cui l’attore ravennate Luigi Dadina presta la voce, si ritrova a fare il bilancio della propria vita, ascoltando il vinile di “Sogno di libertà” di Milva. Sul tavolo, gli occhiali, i libri e le pubblicazioni scientifiche. Ma la mente – la voce – è già lontano. A Bologna, dove Maltoni si laurea in medicina a metà degli anni Cinquanta e muove i primi passi nel mondo ospedaliero come assistente. Poi l’apprendistato a Chicago, per imparare dai maestri americani come si fa la ricerca oncologica. E poi ancora a Bologna, dove nel nuovo clima degli anni Sessanta si adopera per la sua piccola grande rivoluzione, riuscendo a raccogliere intorno a sé colleghi, collaboratori e finanziatori. Appena divenuto primario dell’Istituto di Oncologia – «poco più di una stanzetta», ci racconta Cesare – lo trasforma in un vero e proprio laboratorio di prevenzione, con microscopi e personale sanitario sufficienti per avviare uno dei primi screening di massa dei tumori al collo dell’utero, gratuito per tutte le donne bolognesi. Più tardi, all’inizio degli anni Settanta, dà vita a quello che diventerà il suo centro di ricerca definitivo, e che gli sopravvive tutt’oggi, allestito nel Castello di Bentivoglio, alla periferia della città. Sua personalissima e combattuta scelta. Perché, se c’è una cosa che emerge più distintamente di ogni altra, è che la storia di Maltoni è un susseguirsi di battaglie, ora contro le grandi aziende chimiche i cui interessi economici vanno a confliggere con le sue ricerche, ora contro le difficoltà di portare avanti simili studi dovendo trovare i fondi per autofinanziarsi.
Scorrono i titoli dei giornali, sottolineati o evidenziati con vari colori. Si animano le fotografie. C’è varietà, c’è ritmo nell’incedere del documentario, anche se a volte si appesantisce, affaticando la visione. Ma c’è anche il tempo per le pause, per l’introspezione e per la delicatezza. “Vivere, che rischio” non racconta solo il coraggio e la passione di un uomo, ma anche la sua inquietudine. È come se ci fosse un velo sulla persona di Maltoni, scostato dalla narrazione solo ogni tanto e con eleganza, che copre un punto cieco. Un vuoto che il suo lavoro e la sua ricerca non riescono a riempire e di cui le sue relazioni sentimentali interrotte – i suoi amanti lo rincorrono senza ricevere risposta – sono sintomo. C’è un episodio, su tutti, che pur nella sua incomprensibilità è lampante. La mattina dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Maltoni copre uno dei tavolo del centro di ricerca con vari giornali che danno la notizia. Caffè e sigaretta in mano – «non l’avevo mai visto fumare prima d’ora», confida il collega che sta condividendo questo ricordo con noi mentre la stanza si materializza davanti ai nostri occhi – il professore si prende il tempo necessario per leggerli tutti, per poi rimettersi a lavoro senza dire una parola. Né su Pasolini, né su quanto successo. Forse perché, in una riflessione che travalica la vicenda e l’uomo per diventare quesito meta-cinematografico sulla natura stessa del genere documentario, per quanto si possa studiare e cercare di definire l'altro, egli rimane, in fondo, sempre inconoscibile.
Ma restando ai fatti, Cesare è invecchiato. Alla fine degli anni Novanta lascia l’Ospedale Sant’Orsola e si dedica interamente alla realizzazione del primo hospice per malati oncologici avanzati in Italia. È sempre un vulcano di idee, ma il disco di Milva si sta per interrompere, anzi è già fermo. E nell’addio finale il documentario si concede uno slancio lirico. Su una ripresa dall’alto di un drone, che lentamente si allontana da Casa Maltoni salendo verso il cielo, la voce che ci ha guidato in questo viaggio recita una poesia di Rabindranath Tagore. Anelito di libertà e insieme un ringraziamento a Cesare per ciò che con il suo impegno e il suo amore ha saputo costruire.

Presentazione del documentario con i registi Michele Mellara e Alessandro Rossi e la presidente dell'Istituto Ramazzini Loretta Masotti (foto di Giulia Goffredi)
Il documentario “Vivere, che rischio” di Michele Mellara e Alessandro Rossi (2019), prodotto da Mammut Film, è stato proiettato al Cinema Modernissimo lo scorso 22 gennaio per l’anniversario dei 25 anni dalla scomparsa del professor Cesare Maltoni. Nel corso dell’anno l’Istituto Ramazzini, che comprende il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” di Bentivoglio, organizzerà numerose iniziative dedicate alla figura di Maltoni.
Per maggiori informazioni: https://www.istitutoramazzini.it/
Il documentario si può guardare gratuitamente su Rai Play:
https://www.raiplay.it/programmi/viverecherischio