il quindici
Fabio Roversi Monaco
«Un uomo solo, senza un solido sistema di potere, che è diventato lui stesso un potentato. Ammirato e rispettato dai suoi sostenitori, temuto e avversato dai suoi detrattori, spesso contestato, ma mai disistimato». Parole che riassumono in poche righe quello che è stato, ed è ancora oggi, Fabio Roversi Monaco. Parole di Luciano Nigro che nel volume dedicato alla vita e alla carriera del Magnifico ("Fabio il Magnifico. Roversi Monaco il Rettore che ha segnato un'epoca" - Vallecchi Editore) ha ripercorso la lunghissima storia del giurista che ha cambiato l'Università di Bologna, per quindici anni seduto sul prestigioso scranno del Rettorato dell'Alma Mater. L'uomo che ha incontrato i potenti del mondo, da Madre Teresa di Calcutta a Carlo d'Inghilterra, dal Dalai Lama a Nelson Mandela. L'uomo dal volto e dallo sguardo penetrante che «come un signore del Rinascimento o un papa di Roma ha lasciato la sua impronta sulle pietre della città».
Una città, Bologna, conquistata da Roversi Monaco passo per passo, con l'intensità e la lungimiranza di un uomo deciso e determinato. Nato nel 1938, lontano, in quell'Addis Abeba coloniale dove il padre era dirigente degli affari politici del governo generale. Poi l'Eritrea e finalmente l'Italia, dilaniata dalla guerra, ma pur sempre l'Italia, con le sue radici e le sue tradizioni, l'inesprimibile senso di calore e di famiglia. Il piccolo Fabio cresce in fretta e si laureerà in giurisprudenza proprio in quell'Università che anni dopo diventerà la sua seconda casa. Nel 1972 sarà già professore ordinario, uno dei più giovani d'Italia, e da lì in poi il cursus honorum accademico proseguirà veloce inarrestabile.
Proprio nel 1972 entrerà nella loggia massonica Zamboni - De Rolandis, di cui poi diverrà maestro venerabile. «La mia iniziazione - dice - avvenne in osteria. Vestimmo il famoso grembiulino che non si portava mai se non nelle occasioni rituali. C'era dignità in quello che si faceva. Un Muratore è tenuto per sua condizione ad obbedire alla legge morale». Una legge morale che, assicura, non avrebbe mai violato per fare carriera più velocemente di quanto il destino e la competenza avevano tenuto in serbo per lui. Eppure, nel 1988, quando viene rieletto rettore senza sfidanti e con un voto plebiscitario, molti storcono il naso. Temono l'ingerenza liberal-massonica sulla prestigiosa Università. Ma Roversi Monaco non abbassa la testa e trascorrerà altri dodici anni nell'ufficio al piano nobile di Via Zamboni 33, numero esoterico caro ai massoni di rito scozzese.
E se tra le pieghe della vita e della carriera professionale di Roversi Monaco si nascondono storie, aneddoti e racconti, uno tra tutti è forse il più affascinante. Lo rivela nel corso di una delle tante interviste che il giornalista ha organizzato per agevolare la stesura del volume. È la storia di un anello d'oro realizzato dal gioielliere bolognese Giulio Veronesi, nella sua bottega di piazza Re Enzo. La storia di una laurea ad honorem che l'Alma Mater avrebbe dovuto conferire all'allora capo del governo italiano Benito Mussolini e di cui l'anello doveva essere il coronamento, il simbolo. L'Università aveva commissionato la realizzazione del gioiello a Veronesi. Non gli fu mai consegnato.
La cerimonia di conferimento venne rinviata sine die a causa delle rimostranze di Giacomo Matteotti e di Luigi Albertini sul Corriere della Sera. Ma l'anello rimase e fu donato proprio a Roversi Monaco dal figlio di Veronesi, Gerardo, che, peraltro, offrì ogni anno all'Università tre copie dello stesso gioiello da consegnare alle personalità che l'Alma Mater omaggiava con il titolo accademico d'onore. Storie professionali, dicevamo, che si intrecciano a storie di vita. Alla vita di un padre che cresce da solo le quattro figlie, dopo la morte della moglie Annarosa nel 1988 in un terribile incidente stradale. «Come facemmo in famiglia non saprei dirlo - ricorda Roversi - so però che fu merito soprattutto delle mie figlie e della mamma che le aveva seguite ed educate. Gli amici più cari ci davano una mano, quando e come potevano. Umberto Eco, per esempio, fu vicinissimo alle mie figlie.
Quell'anno ci portò in anteprima il suo ultimo romanzo, Il pendolo di Foucault. Lo conservo ancora, con la dedica a Fabio, magnifico a termine e alle Roversine magnifiche sempre». Una vita che ancora una volta si intreccia con il corso della storia, con il rapporto spesso difficile con la politica e con il potere temporale. Ma il potere di Roversi Monaco è più affine al potere secolare, che unisce la teoria alla pratica, il sentimento alla pragmaticità dell'azione concreta.
Un potere che sembra venire da lontano, dall'alto dei termini spesso utilizzati per indicarlo, tra stima e timore reverenziale, affetto e scherno. Monarca, re, sovrano assoluto, principe non più illuminato. Più semplicemente un uomo che accanto ai grandi del Novecento italiano e internazionale ha sempre guardato agli interessi di una città diventata un po' la sua missione e la sua ossessione.
Attraverso l'Università e il suo decentramento, attraverso gli studentati e le ristrutturazioni di edifici sull'orlo del degrado, ha posato le sue mani sui musei, sulle esposizioni, sull'arte. Diventando mecenate e promotore di bellezza. Dalla Rocchetta Mattei all'Osteria del Sole, dalla Fiera di Bologna (di cui è stato presidente dal 2008 al 2011) a Palazzo Pepoli, il "suo" museo della città. All'ombra un po' sbilenca delle due Torri farà arrivare anche Vermeer, con la Ragazza con l'orecchino di perla, che attira 353mila spettatori e quasi altrettante critiche per il cospicuo investimento economico fatto per promuovere l'arte. Il tempo non è mai abbastanza e tra le decine di lauree ad honorem conferitegli in ogni angolo del globo, Roversi Monaco, intanto, dentro quelle mura medievali di inestimabile valore il corso della storia lo cambia.
Quando il 31 ottobre del 2000 lascia l'ufficio di via Zamboni, l'Ateneo più antico del mondo ha un volto e uno spirito diverso. «Nel 1985 - ricorda Nigro - l'ateneo aveva sessantamila studenti e un bilancio in condizioni difficili, messo alle corde dall'inflazione. Il personale era stato ridotto di 185 unità, erano state tagliate le borse di studio e i fondi per la ricerca. Quindici anni dopo i conti sono in ordine. L'Ateneo è diventato enormemente più grande, ha più di centomila studenti. Gli investimenti hanno permesso di ristrutturare e ammodernare quasi tutti i 250mila metri quadrati di aule e uffici esistenti e di aggiungerne altri 500mila».
Si stringono rapporti con le università più prestigiose del pianeta, si firma la Magna Charta Universitatum, un documento che fissa i principi di libertà, conoscenza e ricerca su cui si basa la mobilità e lo scambio internazionale degli studenti. Non la sottoscriverà la blasonata Harvard, che, ironia della sorte, nel 1946, acquistò per 27 dollari l'originale Magna Charta inglese. Ancora storie che si intrecciano, il passato che diventa il presente e il futuro che Roversi Monaco ancora spera di cambiare, di plasmare a sua immagine e somiglianza, in quei chiaroscuri di intelligenza, lungimiranza e decisione che solo i grandi uomini possiedono.
Quell'ambizione, quell'attaccamento a Bologna e soprattutto libertà. «Perché tutto quello che ha fatto lo ha fatto fuori dagli schemi, sposando idee nelle quali credeva, anche a costo di perdere». «Tratti da fondo immobile in un tempio eretto - scrisse invece Umberto Eco nell'Ode per Fabio Roversi Monaco il giorno dell'addio al Rettorato - ripristinò egli il nobile pensiero e lor concetto che ora rivive nei restaurati musei. Tu non ci lasci ceneri. Questa ti sia la sola idea con cui ti parti e fiero ti consola. Se t'attardasti in remore, facciam finta di no. Fu vera gloria? Noi chiniam la fronte al massimo primo tra i pari. E poi, non è il tuo cinque maggio! Chissà cosa farai! Roversi orsù sorridi, sii lieto e sii contento. Per il tuo centenario noi t'aspettiamo qui».