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Presentazione del rapporto Ires alla Cgil

La presentazione del rapporto Ires alla Cgil (foto Camilla de Meis)

 

L’Emilia-Romagna non è un’isola felice. Il rapporto Ires, presentato questa mattina alla Cgil di Bologna, mostra una regione ancora relativamente solida, ma attraversata da fratture profonde. Il rischio di povertà ed esclusione sociale che nel 2023 riguardava il 7,4% delle popolazione, è in aumento; in un solo anno si è saliti al 10,1%. Tradotto in numeri, significa che nel 2023 erano 332 mila le persone in questa condizione, nel 2024 sono 453 mila. C’è stato un aumento di oltre 120 mila persone in più in un solo anno. Secondo il presidente dell’Ires, Giuliano Guietti, questo dato segnala una crescita rapida della vulnerabilità economica in regione.

Il principale fattore di fragilità è il lavoro. Per la prima volta negli ultimi venticinque anni, i giovani si trovano in una condizione economica peggiore rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, nonostante livelli di istruzione più elevati. I dati sull’occupazione rendono evidente la trasformazione del mercato del lavoro regionale. Nel 2024 i dipendenti privati non agricoli censiti da Inps in Emilia-Romagna erano 1.603.209: solo il 50,5% lavorava a tempo pieno e indeterminato per l’intero anno, cioè circa 810 mila persone. Una percentuale decisamente più bassa, il 36%  invece, riguardava le donne. Questo significa che circa la metà dei lavoratori dipendenti privati e quasi due terzi delle lavoratrici in Emilia-Romagna hanno un lavoro precario, discontinuo o a orario ridotto. 

L’instabilità occupazionale si riflette direttamente sui redditi. Nel 2024, il 29,5% dei dipendenti non ha raggiunto i 15 mila euro lordi annui, parliamo di 472.150 lavoratori. Una quota che individua una fetta di popolazione che senza altri redditi familiari non riesce a raggiungere condizioni di vita dignitose. Dentro questa fascia si concentrano soprattutto donne, giovani, operai e lavoratori part-time o a tempo determinato, spesso impiegati nel turismo. E c’è anche un segnale ulteriore di “lavoro povero”: si stima che il 2,6% (oltre 19 mila persone) abbia lavorato con una retribuzione oraria inferiore ai dieci euro.

Tra i fattori che incidono maggiormente sui bilanci familiari emerge il costo dell’abitare. L’aumento degli affitti, insieme ai rincari delle utenze energetiche, pesa in modo crescente sui redditi, soprattutto nelle aree urbane. La spesa per la casa assorbe una quota enorme del bilancio familiare, quasi il 40%, e l’aumento dei prezzi immobiliari e degli affitti – insieme alla crescita delle rate dei mutui – tende ad ampliare disuguaglianze e disagio abitativo. Una dinamica che rischia di compromettere non solo la qualità della vita, ma anche la capacità del territorio di trattenere lavoratori qualificati.

Il ruolo della manifattura rimane centrale. Nei territori dove il cuore industriale si mantiene stabile, la quota di lavoro e i livelli retributivi risultano più elevati. Tuttavia, la crisi del settore manifatturiero, ancora lontana dall’essere superata, sta producendo effetti a catena. I lavoratori espulsi dai cicli produttivi industriali tendono a ricollocarsi in settori più fragili sotto il profilo contrattuale e salariale. Allo stesso modo, chi entra oggi per la prima volta nel mercato del lavoro, anche con alti titoli di studio, trova più facilmente occupazione nel terziario a bassa qualità, nella logistica, nel commercio o nella ristorazione.

A peggiorare il quadro interviene la dinamica dei prezzi. Nel triennio più recente, 2022-2024, la crescita delle retribuzioni è stata inferiore all’aumento del costo della vita, determinando una perdita di potere d’acquisto stimata tra il 7 e l’8% per i lavoratori dipendenti. Un impoverimento generalizzato che riguarda anche l’Emilia-Romagna e che chiama in causa sia il sistema della contrattazione sia le politiche pubbliche.