disuguaglianze

Massimo Bussandri alla presentazione del rapporto ires

Massimo Bussandri intervistato a margine della presentazione del rapporto Ires (foto Camilla de Meis)

 

«I lavoratori non sono tutti sulla stessa barca. C’è chi affronta questa fase economica su un panfilo e chi su una barca a remi». L’immagine utilizzata da Massimo Bussandri, segretario regionale della Cgil, restituisce con efficacia la frattura che attraversa oggi il lavoro in Emilia-Romagna e che si riflette sui redditi, sul potere d’acquisto e sulle condizioni di vita di impiegati e operai.

Nel triennio 2022-2024, la crescita delle retribuzioni è stata nettamente inferiore all’aumento del costo della vita, determinando una perdita di potere d’acquisto stimata tra il 7 e l’8% per i lavoratori dipendenti. Un impoverimento generalizzato che contribuisce a incrinare definitivamente l’immagine della regione come “isola felice”. A fronte di un’inflazione al 14%, i redditi da lavoro dipendente sono cresciuti in media solo del 7,6%, mentre quelli da pensione hanno registrato un aumento del 12,1%. Molto diversa la dinamica per i redditi più alti. Bussandri ha specificato che: «Manager, dirigenti e lavoratori autonomi hanno visto crescere i propri redditi di oltre il 19%, riuscendo non solo a recuperare l’inflazione, ma in alcuni casi a superarla». Sono gli unici segmenti del lavoro dipendente in grado di proteggere, e in parte accrescere, il proprio reddito reale in una fase di forte aumento dei prezzi.

Queste dinamiche si intrecciano con la diffusione del lavoro povero. Quasi il 30% dei dipendenti privati non agricoli in Emilia-Romagna ha percepito nel 2024 una retribuzione annua inferiore ai 15.000 euro lordi, una soglia che identifica un’area di occupazione formalmente regolare ma economicamente insufficiente, ha sottolineato ancora Bussandri.

Ancora più critico il dato sulle retribuzioni orarie: si stima che il 2,6% dei lavoratori, oltre 19.000 persone, abbia lavorato con una paga inferiore ai 10 euro l’ora.

Dinamiche salariali di questo tipo favoriscono l’impoverimento progressivo di fasce sempre più ampie della popolazione, colpendo in modo particolare giovani, donne e lavoratori impiegati nei settori a più bassa qualità occupazionale. Ma le disuguaglianze si manifestano anche sul piano territoriale. Nei comuni con un forte insediamento manifatturiero, la struttura dell’occupazione resta relativamente più solida, laddove il tessuto produttivo è dominato da servizi poveri e filiere frammentate, redditi bassi e instabilità diventano la norma.

Secondo Bussandri: «Il lavoro dipendente resta il contraente debole anche nella distribuzione complessiva delle risorse». Da qui la richiesta al Governo di riportare al centro il rinnovo del Patto per il lavoro e per il clima, partendo dalla tutela dei salari e dalla riduzione delle disuguaglianze retributive.