L'addio
Valentino Garavani il cui funerale sarà a Roma venerdì 23 gennaio (foto Ansa)
Non si potrà dimenticare. Non si potranno scordare tanto facilmente il genio e la passione di un uomo che la moda non solo l’ha fatta, ma l’ha cambiata, l’ha rivoluzionata, l’ha vestita e svestita di rosso. Il suo rosso. L’inimitabile Rosso Valentino, con la R irrimediabilmente maiuscola.
Perché lui, Valentino Garavani, nato a Voghera nel 1932, quella famosa casalinga l’ha nobilitata, l’ha definitivamente consacrata all’apogeo della bellezza, della femminilità e della sensualità celestialmente mostrata come un qualcosa di assolutamente naturale e umano. Senza ipocrisia, senza i facili moralismi che oggi, troppo spesso, ammantano con il loro velo di stucchevolezza ogni pensiero e ogni azione della vita quotidiana, in un’ordinarietà di immagini e di sentimenti che rischiano di sovvertire una volta per tutte la magia dell’arte e della sua libertà.
Sì, perché lui, ancora una volta, dell’abbigliamento ne aveva fatta un’arte, depurandola dal pregiudizio di frivolezza e di superfluità, tra le storture dei nasoni dei benpensanti e le testoline voltate dall’altra parte di un’ampia fetta degli avvezzi alle sminuenti scrollate di spalle e di capo. Come a dire ah la moda, cosa irrilevante, tutta apparenza, noi ci occupiamo di ben altro. Di ben altro, già. Se non fosse che Valentino il genere femminile l’ha amato come nessun altro, l’ha disegnato attraverso il suo pensiero senza mai imporre a tutti i costi un’idea o un’ideologia Lasciandola così, lasciandola manifestarsi così come è nata, lasciandola cadere come una seta rossa che segue le sinuose linee di un corpo, le spalle, il decolleté, la caviglia mai scoperta, l’abito che si modella sulla naturalezza di una camminata, di una gamba accavallata, in barba a qualsiasi accusa di sessualizzazione, di mercificazione, di trito e ritrito moralismo democristiano e cattolicheggiante.
Un sentimento d’amore che si è espresso attraverso la passione diventata impero, l’impero ridiventato passione, il sentimento che lo ha unito per una vita intera all'inseparabile Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, con cui discuteva animatamente solo in francese, la lingua che avevano scelto per mandarsi con il sorriso a quel paese e ritrovarsi poi riappacificati in quella meravigliosa villa del XVII a Saint Moritz, tra i loro Carlini e le opere d'arte di mezzo mondo.
E non si potrà mai parlare di Valentino come se non fosse ancora dietro quella passerella, magari a Parigi, a controllare ogni minimo dettaglio delle sue modelle, le acconciature, le pieghe di un abito da sera, il trucco. Non si potrà mai parlare al passato di un uomo che il segno l’ha lasciato come una lettera su una pergamena.
Un segno rosso, ovviamente.