L'INTERVISTA
Una pipa per consumare il crack (foto Ansa)
«È sia un segnale di emergenza sia il risultato di una maggiore capacità del sistema di intercettare i casi». Luca Cimino, criminologo e docente dell'Alma Mater, commenta così a InCronac@ l’aumento dei consumatori di crack a Bologna seguiti dal Serd, il Servizio per le Dipendenze. Nel 2023 i pazienti erano 353; quest’anno sono saliti a 518. Un incremento significativo di quasi il 50% che, secondo lo psichiatra forense, è legato alla diffusione crescente di una sostanza pericolosa che «provoca gravi condotte» e contribuisce al posizionamento di Bologna al quarto posto nell’indice di criminalità del "Sole 24 Ore".
«Il crack induce una dipendenza più elevata in modo più rapido rispetto alla cocaina inalata. Ha delle conseguenze sia comportamentali, con un incremento anche delle condotte antisociali, ma anche neurobiologiche, strutturali e funzionali, perché può sfociare i numerosi disturbi psichiatrici», afferma l’esperto. La maggior parte dei consumatori è composta da uomini, circa il 75%, con un’età media di 45 anni. Tra gli aspetti più rilevanti emerge l’aumento delle persone di sesso femminile in carico ai servizi (109). «Le donne sono gravate da una condizione di tipo sociale più fragile e possono essere vittime di violenza dei loro partner che fanno uso a loro volta di crack», continua Cimino.
Un problema che si collega anche a un «maggiore malessere legato al periodo storico e all’eredità del Covid, oltre a una più ampia disponibilità delle sostanze e al disadattamento di chi le assume». I cambiamenti che interessano la personalità e il comportamento sono tra i sintomi più diffusi. I soggetti diventano violenti a livello sia fisico che verbale; inoltre, non esitano a compiere gesti criminali, come rubare, pur di procurarsi la droga. A questo quadro si aggiungono «cambiamenti sociali, maggiore impulsività e scarsa tolleranza, fattori che convergono verso una crescente vulnerabilità».

Luca Cimino, docente UniBo, psichiatra e criminologo forense
Bologna, città universitaria e polo culturale, non è esclusa dalle dinamiche che intrecciano marginalità sociale e consumo di crack. «Le famiglie si rompono a causa di fattori complessi, soprattutto individuali», spiega il criminologo, sottolineando come la post-modernità alimenti una «dimensione del rischio che può sfociare in furti e rapine». Secondo Cimino, rimane debole la prevenzione, mentre «problemi economici e concause sociali rischiano di aggravare la situazione generale».
Sul fronte delle politiche locali, l’esperto valuta positivamente la strategia di riduzione del danno promossa dall’assessora Matilde Madrid e dal sindaco Matteo Lepore. «È un intervento utile, purché affiancato da un supporto psicologico, non solo da un’azione di controllo», precisa. «Ogni misura valida deve essere integrata da un aiuto concreto». Tra gli obiettivi rientra il contrasto alle patologie secondarie legate all’uso di bottiglie di plastica o lattine, oltre alla possibilità di fornire test per l’analisi delle sostanze consumate.
Per quanto riguarda i giovani, le persone prese in carico sono 169, di cui il 38% rappresenta nuovi accessi, mai rivolti prima ad altri servizi. Cimino considera il crack una minaccia particolarmente insidiosa: «Riduce la percezione del rischio e genera grande preoccupazione». Un segnale che, secondo il criminologo, potrebbe rappresentare solo l’inizio di un fenomeno in ulteriore espansione.