tradizioni
Nicola Baravelli davanti alla sua bancarella alla fiera di Santa Lucia
A portare avanti la tradizione presepista di Bologna, fatta di statuine in terracotta e soggetti tipici, sono artigiani appassionati come Nicola Baravelli. Il suo laboratorio di Altedo è un baluardo della scuola presepista locale, che come altre tradizioni sta lentamente perdendosi.
Baravelli, quanti presepisti ci sono oggi sul territorio di Bologna?
«In realtà molti, di sicuro più di quanti si possa pensare. La questione è però che la maggior parte sono amatoriali, pochi sono presepisti per mestiere. Anche perché gli spazi per esprimere quest’arte sono sempre meno, ci sono mostre dedicate organizzate sotto Natale a Santa Lucia, a San Giovanni in Monte e a Santo Stefano, ma il bacino si sta restringendo. Diventa un passatempo sempre più di nicchia, benché il presepe sia un simbolo del Natale che ci portiamo dietro da 800 anni, molto più antico dell’albero che prima del secondo dopoguerra in Italia non faceva nessuno».
Come si diventa presepisti?
«Non c’è una scuola vera e propria, si trasmette molto in famiglia. D’altra parte l’allestimento del presepe è spesso un momento intimo e di condivisione familiare; io ho due sorelle e un fratello e ognuno costruiva il suo pezzo di presepe secondo il suo gusto, la magia sta tutta lì. Poi quando avevo 8 anni i miei mi portavano spesso alla fiera di Santa Lucia, dove di bancarelle colme di statuine ce n’erano parecchie. Oggi una di quelle è la mia, cerco di alimentare l’interesse dei bolognesi per la Natività come posso».
Ha allestito il presepe recentemente inaugurato a San Giacomo, ambientato sotto le Due Torri. Qual è il processo creativo dietro un'opera di questo tipo?
«Ci vuole un’idea all’inizio. A volte me la dà un pezzo che magari ho in casa da anni e che capisco finalmente dove collocare, a volte viene dalle foto di scorci cittadini che scatto di notte nei borghi dell’Appenino, altre ancora seguo l’emozione di quel periodo. Il presepe è uno specchio di come si sente il suo creatore spesso, in periodi difficili faccio cose più piccole, in momenti più gioiosi mi sbizzarrisco di più».
Poi come procede il lavoro?
«Faccio un disegno del mio progetto. Cambierà mille volte poi costruendolo, ma dà un base. Monto la struttura in legno, la pitturo tutta di nero e poi ci dipingo sopra le porte, le finestre, tutti gli elementi. Il nero rimane dove serve ci siano le ombre degli oggetti. Tutti gli elementi in miniatura come tavoli, sedie, utensili sono fatti in cera. Poi un po’ alla volta procedo coi ritocchi e i dettagli. Non ci sono tempi fissi, spesso è un lavoro molto introspettivo e impulsivo. Mi fermo ad ascoltare il gorgoglio del ruscello e cambio idea sull’allestimento».
La tradizione bolognese come si esprime?
«Prima di tutto statuine in terracotta. Sono la differenza principale rispetto alla tradizione napoletana e genovese che usano invece figure fatte in gran parte di ferro o cartapesta. E poi i soggetti, ci sono una serie di personaggi del presepe tipicamente bolognesi come la mistocchinaia, la donna che vende frittelle di farina di castagne. Negli ultimi anni si sono aggiunti a quelli più classici anche “la curiosa”, una donna che sbircia la natività da dietro un riparo e l’umarell, il classico anziano che guarda i cantieri, oltre ovviamente ai beniamini della città come Dalla o Morandi».
Esiste un’associazione di categoria dei presepisti a Bologna?
«Oggi no, tengo dei corsi per avvicinare i più curiosi della materia ma non c’è un gruppo organizzato. Però per il futuro sono speranzoso. Alla bancarella aperta alla fiera di Santa Lucia vengono in molti, anche giovanissimi, con in mano lo schema dell’idea del loro presepe, in cerca del pezzo mancante per realizzarlo».