Terrorismo

Si complica la posizione di Domenico Catracchia, immobiliarista accusato di false dichiarazioni al fine di depistare le indagini nel nuovo processo in corso sulla strage di Bologna. A contrario di quanto emerso inizialmente (cioè che Catracchia non sarebbe stato più responsabile degli stabili dove furono trovati i covi di Br e Nar) il proprietario di società immobiliari “scudo” di attività segrete del Sisde continuava a gestire il denaro del riscaldamento e di altre utenze dello stabile, nonostante non fosse ufficialmente più il responsabile di quegli appartamenti. Questo emerge dalla ricostruzione del maggiore Biagio Palmieri, sentito oggi nel tribunale di Bologna come teste nel processo sull’attentato neofascista del 2 agosto 1980. Il militare della GdF ha precisato: «Nel 2019 è stato esaminato il registro delle imprese di Roma (dove si trovava l’appartamento, ndr) il cui esito è stato un accertamento parziale; parziale nel senso che non tutti i documenti sono disponibili in formato cartaceo». Ma dalla prima ricostruzione il ruolo di Catracchia emerge comunque chiaramente: «Catracchia risulta amministratore fino all’aprile del 1978. Alla scoperta del covo delle Brigate Rosse si presentò come l’amministratore dello stabile, salvo poi ritrattare dopo essere stato smentito dal vero amministratore, Palumbo». Infatti Catracchia continuava a gestire il denaro di alcune utenze del civico 96, pur in maniera non ufficiale.  

 

Ma non solo. Secondo le testimonianze l'ex ispettore del commissariato Flaminio di Roma, Consilio Pacilio, Catracchia avrebbe sfruttato le sue conoscenze per ostacolare indagini e perquisizioni della sua agenzia e nei suoi immobili; in particolare è emerso il nome di Vincenzo Parisi, capo della polizia nel ’94, ma soprattutto membro chiave del Sisde, di cui è stato anche direttore, negli anni ’80. «Facemmo una perquisizione nello studio nell'Immobiliare Gradoli, dove c'era Catracchia, e sequestrammo i contratti per vedere se erano regolari. Perquisimmo anche l'ufficio di Catracchia e nell'occasione mi disse che c'erano degli appartamenti che appartenevano al capo della polizia Parisi, anzi alla sua famiglia»; da lì secondo Pacilio sarebbero iniziate una serie di ‘visite’ in commissariato di Catracchia e poi ci fu un’accusa a danno di Pacilio stesso. 

 

Manca in aula l’attesissima teste ed ex mente della colonna romana delle brigate rosse Adriana Faranda, assente per malattia (sarà risentita il 7 luglio). Intanto la difesa ha chiesto di depositare agli atti 9-10 pagine tratte dall’agenda di Cavallini, e una deposizione dell’allora comandante dei carabinieri di Cascia, datata 20 settembre 1970, che segnalava una riunione di giovani Nar dove compare il nome di un tale Bellini ma non Paolo , bensì Renato. Il primo luglio l’udienza sarà aggiornata con questi nuovi elementi.